No Tears for the Dead

Voto dell'autore: 3/5
Voto degli utenti InguardabileSufficienteConsigliatoOttimoImperdibile [3,00/5: 1 voti]

No Tears for the DeadAd intervalli regolari di circa quattro anni Lee Jeong-beom realizza un nuovo film. Prima il buon esordio Cruel Winter Blues, poi il fortunato The Man from Nowhere, hanno contribuito a consolidare la sua figura di regista sul mercato sudcoreano. No Tears for the Dead approfondisce questioni del precedente film presentando la figura di uno spietato killer, interpretato dal veterano Jang Dong-gun, che si ritrova a dover fare i conti con la “stanchezza” nel suo lavoro. Ad innescare la crisi è l’involontaria uccisione della figlia di una delle sue vittime. Ad innescare la vicenda è l’ordine dai capi di mettersi sulle tracce della madre della bambina, che potrebbe essere la destinataria di un compromettente banco di dati che il marito aveva provato a vendere a criminali russi.

Al di là dell’ovvio rimando a classici del genere noir/poliziesco di Hong Kong che da The Killer di Woo in poi hanno fatto della crisi del mercenario il motore attorno a cui far ruotare i drammi più intensi, la pervasiva presenza di tante lingue come l’Inglese, perché il protagonista Gon è cresciuto negli Stati Uniti, il Cinese, perché sono le triadi a tirare le fila di questo traffico, lo Spagnolo, perché ci sono anche dei colombiani coinvolti, fa pensare a uno dei capolavori meno celebrati di Tsui Hark. Facile in questo senso pensare al rivoluzionario Time and Time, alle sue stratificazioni, alle coreografie assecondate dai movimenti di macchina, che oggi quasi commuovono nella loro irraggiungibilità. Non si può dire se Lee sia partito da queste coordinate per imbastire il suo thriller tecnologico, ma certo le assonanze col recente passato cantonese sono molte per chiunque abbia per anni navigato quella cinematografia.

La “coreanità” è nella patinatura della messa in scena, che dopo la trilogia della vendetta di Park Chan-wook e i polizieschi di Kim Jee-woon, ha definitivamente pervaso lo stile locale. Lee Jeong-beom fortunatamente non difetta di quella personalità che lo distanzi dalla massa dei mestieranti del genere, ma il suo over-scripting, altro flagello del cinema locale, rischia in più momenti di alzare il tasso di prevedibilità. Così il tradimento del killer Gon sfocia nell’ovvio senso di protezione per la bella mamma in carriera interpretata da Kim Min-hee e il lungo, prevedibile climax finale, pur non difettando dello stile messo in mostra nella prima buona ora delle due totali, non colpisce affatto. Non è un caso che ci si stia disinteressando al genere sempre più e non aiuta certo lo sfoggio di modernità. Si può quasi dire che il thriller tecnologico abbia definitivamente sostituito il thriller steroideo che spopolò tra gli anni 80 e 90. Forse il messaggio subliminale è rivolto a quegli uomini che hanno sostituito al body building il culto della tecnologia, ma già la gran massa di prodotti hollywoodiani non sembra altro che una vetrina per cellulari di ultima generazione e schermi piatti su cui far viaggiare un ridicolo quantitativo di informazioni che farebbe scoppiare le sinapsi a chiunque. Questo distanzia film come No Tears for the Dead dai citati modelli di Hong Kong, tanto è vero che diventa goffo ridurre il tutto a fragorose sparatorie dove tre killer sembrano in grado di mettere in ginocchio una intera nazione e il suo apparato di polizia, quando si è annientato il canovaccio con l’apparato iconografico dell’ipertecnologia. Non che questo non potesse accadere in quei film amati decadi fa, ma ben diversa era la grana, ben diverso era il meccanismo di immedesimazione, là dove i personaggi avevano libertà di muoversi nella scenografia. In No Tears for the Dead i protagonisti spariscono, mentre il fondo della scena invade ogni angolo inesorabilmente.

CONDIVIDI: