Non-Ko

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Non-KoSalve, sono Nobuko, ma tutti mi chiamano Nonko. Ho 36 anni, un divorzio alle spalle e una vita noiosa e ripetitiva, ma non ho voglia di pensarci. Piuttosto versami da bere che intanto mi accendo una sigaretta.

In queste poche righe può essere riassunta l’opera di Kumakiri Kazuyoshi (v. intervista), che si allontana sensibilmente dalle scene a tinte forti di altre opere come Kichiku Daienkai per dare volto a un personaggio quotidiano e rappresentare una vita così vicina allo spettatore da risultare estranea.
Il film si serve di una fotografia colorata e una scelta mirata di musiche per tratteggiare la banale vita di Non-ko in un paese non troppo distante dalla capitale. Come suggerisce il titolo, il fulcro dell’opera è la protagonista che narra di sé grazie alla mimica e ai movimenti della brava Sakai Maki.

Non-ko è l’epitome delle contraddizioni che troppo spesso conosciamo: ha lavorato come modella nella capitale, ma ora aiuta a fare le pulizie nel tempio di famiglia; si dibatte tra le emozioni passate di un matrimonio infelice e quelle attuali per una nuova storia; vive con i genitori passando la maggior parte del tempo fuori casa.
Kumakiri crea un personaggio semplice e usuale, ottenendo il risultato di proiettare lo spettatore in un microcosmo fatto di pensieri a metà, sogni infranti, speranze che sbocciano, parole mai pronunciate e dubbi divenuti certezze.

Non-ko non prende in mano la propria vita, ma reagisce al mondo che le gira attorno e l’arrivo della festa d’estate la spinge al centro di una concatenazione di eventi che stravolgono la sua regolare esistenza. Così lo spettatore si ritrova a collegare con naturalezza le vicende della città a quelle di Non-ko; il mondo esterno diventa un vivido riflesso delle emozioni della protagonista e le vicende di un intero film non sono altro che i conflitti interiori di un mondo misterioso come lo può essere solo il cuore di una ragazza.
Il film si distacca dai normali canoni: non imbellisce gli avvenimenti e i personaggi, non fornisce alcuna chiave di lettura, non sottolinea il simbolismo utilizzato che pare talvolta persino casuale, non lega alla trama nessuna morale, non coinvolge lo spettatore, non spiega i silenzi e le contraddizioni che pervadono la storia, non vuole compiacere il pubblico.
Non-ko vuole essere uno spaccato della vita di una donna senza esagerare in pretese narrative o velleità artistiche. È così asciutto e oggettivo da lasciare un po’ infastiditi.
Il suo unico obiettivo sembra quello di presentare una persona comune senza elevarla o mitizzarla e lasciare che la vicenda scorra da sé evitando qualsiasi forzatura.

I risvolti finali possono non convincere o compiacere l’occhio di chi guarda, ma è in quel momento che lo spettatore ha occasione di accorgersi che la banale personalità di Non-ko è estremamente complessa e articolata e che la sua noiosa vita è ricca di avvenimenti.

È facile sentirsi talmente simili da rinnegare le scelte della protagonista, come quando ci si ritrova insoddisfatti davanti allo specchio, ma Non-ko ci presenta la sua vita, allo spettatore tocca il compito di vivere la propria.

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