Noriko’s Dinner Table

Voto dell'autore: 3/5
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Noriko's Dinner TableAll’inizio fu il fraintendimento. E’ quasi un caso che il maggior successo commerciale di Sono, Suicide Club, uscì in piena new wave dell’horror giapponese e benedetto dal tasso di sangue e di perturbante divenne in breve uno dei classici del genere confondendo l’autore tra le nuove promesse dell’horror locale. Errore. In realtà Sono è (e si è rivelato) un artista ben più sfaccettato e noto per ben altre attività artistiche e il giusto successo di Suicide Club può quasi rivelarsi come un errore storico. Ma tant’è che quattro anni dopo il regista decide di ripercorrere quella strada girando questo Noriko’s Dinner Table, tratto da un romanzo dello stesso autore scritto a ridosso del successo del precedente film, generando così una sorta di sequel ideale forse più prossimo ad un avvitato spin-off; perché se è vero che si viene catapultati in un binario parallelo atto rapidamente a deragliare, dall’altra le differenze macroscopiche ovviamente lasciano basito uno spettatore non preparato finanche fan del primo film. Quasi tre estenuanti ore di durata, interamente girato con macchina a spalla e sovraccarico di una voce off, quella stessa voce narrante che caratterizzava le pagine scritte, ma che qui diviene una sorta di cantilena paranoica (la voce off è uno degli artifizi per definizione più distanti dall’idea stessa di cinema come racconto per immagini) su cui cullarsi con timore, alla continua ricerca di una risoluzione, di una chiave di accesso ad una poetica così complessa e frastagliata. Che raramente giunge. Il resto è composto da una macchina a spalla basculante che si incolla sui personaggi cercando anch’essa, indagatrice, di coglierne una rivelazione su ogni sorriso improvviso, su ogni sussulto o sguardo languido e perso.

Perché se è vero che il film si rivela come una cupa riflessione sull’adolescenza, sul passaggio personale verso una tappa successiva, sull’emancipazione morale, sulla capacità di abbandonare tutto, chiudere pochi ricordi in una sacca o un cassetto e fuggire liberi, sulla capacità di connettersi con il vero sé stesso è anche vero che il suicidio delle 54 ragazzine (numero che ritorna ciclico nel film) è sempre lì, come un avvoltoio ad incombere sulla storia. E le Dessert direte voi? E il rotolo di carne tatuata? E i suicidi infantili? Laterali, aerei. Il film non dona la soluzione ma –con grossa frustrazione per lo spettatore- devia dal canale principale proponendo una nuova contestualizzazione all’aura del club fino a contraddirsi in termini narrativi. E c’è un paradosso; si ampia il contesto con deliri apocalittici e mistici, si inserisce la presenza degli adulti (quindi non più i nemici giurati) si filosofeggia su bisogni primari da soddisfare al mondo e di cui il club si fa portatore, di preda e predatore, di tutto e di più in tre sature ore. Ma la risoluzione anziché farsi corale come nel primo film a fronte di un ampliamento macroscopico del contesto, si appiccica addosso a solo un pugno di personaggi utilizzandone giusto un paio come filtro canalizzatore.

A rifletterci bene la storia in effetti non va da nessuna parte, ed è piena di buchi come quella di Suicide Club, butta in aria decine di concetti, spesso del tutto contraddicenti e ne porta a compimento un paio. Ma inspiegabilmente la capacità creativa e affabulatoria del regista è così rigorosa da produrre un’opera cinematografica di rarissima intensità a metà strada tra Lynch e Jodorowsky.

Un Pirandello che si muove nelle strade illuminate dai neon di Tokyo, un nickname che diviene diretta espressione e forma reale della persona, quella persona-schermo che si adatta al tessuto sociale morendo e divenendo ombra di sé stessa.

Una ragazza è frustrata. Vergine (una sua goffa amica di infanzia è divenuta una ricca e pimpante prostituta) vive in una cittadina di provincia con una famiglia perfetta e amorevole. Unico scampo una chat a cui si accede dal noto sito del precedente film (pallino rosso, una vittima femminile, pallino bianco una maschile. Peccato che il regista dopo 30 secondi si dimentichi di tutto ciò). La ragazza fugge e va a Tokyo per incontrare un’amica di chat. Entra così nel (Suicide)“club”, che non è più un club dei suicidi (“non tutti i nostri membri si suicidano” sussurra contemplativo un adulto messaggero) o non solo, ma un’agenzia atta a donare a persone private degli affetti dei sostituti umani dei propri cari. A tempo.

Nel frattempo la sorella della ragazza fugge anche lei e le due si ricongiungono. La madre si suicida e il padre parte alla volta della città per cercare di capire il perché del fallimento del proprio nucleo familiare. Per tutti ci sarà la capacità di ricominciare, ovviamente immergendosi in un bagno di sangue purificatore.

Tira in campo decine di idee, concetti, morali ed elementi Sono e si prende tutto il tempo per narrarle riuscendo in una invidiabile tensione morale, esemplificata dal flusso verbale del personaggio che di volta in volta diviene protagonista di altrettanti capitoli dell’opera.

Una confusa e al contempo lucidissima opera d’autore, meno pop del precedente film ma egualmente perturbante. Tanto rigorosa quanto barcollante riesce a sconvolgere grazie ad una centellinata capacità affabulatoria capace di scavare e incidere i livelli più profondi della coscienza dello spettatore. Un inspiegabile e straordinario grande cinema, fatto forma d’arte altra e inedita.

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