Nuns that Bite

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Torn PriestessChissà perché di Nuns That Bite circolava una versione monca di soli 31 minuti prima della riedizione in DVD da parte della Toei. Se quella da 69 minuti è la versione integrale del film, non c’è poi molto di scabroso rispetto ad altre produzioni Nikkatsu contemporanee o similari della Toei. Son dubbi destinati probabilmente a restare senza risposta visto che il precedente taglio sembra provenire da riversamento di misteriosa VHS montata da chissà chi, chissà quanto tempo fa. In ogni caso, anche nella sua versione estesa, il film non aggiunge nulla di nuovo a quanto già si conosce del cinema di Makiguchi Yuki. E forse mostra il fianco ancora di più degli altri film dello stesso regista portando alla luce i vani tentativi della casa di produzione di risollevare le sorti dell’exploitation, mentre altrove i film si moltiplicavano rapidi come se ci fosse un effetto valanga. Eppure Okada Shigeru, l’allora capo della Toei puntava proprio sui film di Makiguchi per risollevare le sorti dell’eroguro forte anche del suo passato come assistente regista su alcuni dei set più importanti del genere, come proprio quello de I Piaceri della Tortura.

Il segno distintivo del regista è proprio quello di aver vissuto tutta la sua carriera all’ombra del suo mentore, tentando spudoratamente di ripeterne le fortune replicandone allo sfinimento gli stilemi, ma l’assenza di talento non giustifica in alcun modo i recenti tentativi di rivalutazione. La lunga filmografia di Ishii è svuotata dalle assenze di alcuni film tuttora invisibili, così come da altalenanti momenti nella qualità degli stessi che andavano dal capolavoro psichedelico alla becera exploitation. Quella di Makiguchi, breve e compatta, svoltasi per lo più nell’arco di soli 3 anni in cui girò un totale di 9 film sembra fatta invece di soli brutti episodi a cui non si sottrae nemmeno Nuns That Bite ispirati prevalentemente ad altri film del maestro. Il suo Shogun’s Sadism era un esplicito rifacimento, confuso spesso come sequel, delle atmosfere del ciclo di film sulle torture con l’inserimento di sciocchi tentativi di umorismo, il dittico dei Virgin Breaker Yuki si inserivano nella tradizione degli adattamenti di gekiga come Female Yakuza Tale e Decapitation of an Evil Woman era un’estensione, sempre virata sul comico, di uno degli episodi di Love and Crime. Questa pellicola con le sue suore non rimanda esplicitamente al secondo episodio de I Piaceri della Tortura, ma certo è pervaso per tutta la durata da saccheggi alle idee dell’altro.

La vicenda narra della giovane Okino (Tajima Haruka) in fuga dal depravato e al tempo stesso impotente schiavista interpretato da Shioji Akira. Il suo grugno caratteristico corredato da strabismo lo fecero spesso protagonista di beceri ruoli in film exploitation come avvenne nel precedente Shogun’s Sadism. Ad affiancarlo c’è il paffuto e altrettanto becero servo Kaji, ma i due non sono altro che i primi due personaggi grotteschi che il film riserverà. La fuga di Okino infatti sarà sempre più disastrosa e la porterà a rifugiarsi nel sinistro convento Shugetsuin, ma non prima di aver incrociato sulla sua strada due cacciatori dediti allo stupro. Il convento è gestito dalla badessa Kenshuni che accoglie gentilmente Okino tra le sue braccia, in tutti i sensi, visti gli i frequenti incontri saffici tra lei e le 3 altre monache Okaji, Otsuna e la laida anziana Otoku. Intorno al convento è facile anche vedere una giovane ragazzina muta di nome Osayo e un mostruoso inserviente spesso dedito a macellare carni animali e forse, come suggerito a più riprese, anche umane.

Il misterioso titolo (Nuns that Bite) potrebbe venire da queste suggestioni, che promettono un film su suore cannibali, ma finiscono per non mantenere il cattivo proposito. Più appropriato è l’altro titolo con cui il film circola (Torn Priestess), dato che in fin dei conti perviene solo un morso alla giugulare da parte di una monaca, in una pellicola che certo non si risparmia in quanto a stramberie. Saburo, l’unico che aveva vinto con la gentilezza la sfiducia di Okino verso il genere maschile viene brutalmente decapitato, l’impotente despota di cui sopra viene pestato e, quando finalmente ottiene un erezione, violato, il suo servo viene costretto dall’arpia Otoku a bere il suo latte. Tutto avviene freneticamente, con malriuscite tentazioni psichedeliche, se confrontate con quelle del maestro Ishii e che, ad essere benevoli, si possono definire innocue. Se c’è da identificare la presenza di Makiguchi, quella la si ritrova proprio nella sciocchezza e gratuità di alcuni passaggi della vicenda, nella forzata commedia, completamente discorde col riconoscibilissimo impianto grafico/cinematografico della produzione, che sembra davvero allo sbando andando persino a toccare il fondo delle sfumature ottiche da film erotico. Non a caso, perché i ruoli centrali, come consueto per quedsta manciata di titoli Toei, sono lasciati alle più discinte attrici di scuola Nikkatsu all’epoca dedita alla solita produzione di Roman Porno, attorno alle quali ruotano gli abituali storici attori e caratteristiche dei film di casa. Se qualche tempo prima i poveri Kobayashi Nenji, Shiga Masaru e Katagiri Riuiji erano abituali di saghe come quella di Battles Without Honor and Humanity, qui tocca vederli alle prese con forse i peggiori ruoli della loro vita. Singolare notare invece come la bella Tajima Haruka ebbe i suoi due ruoli da protagonista nei film per altre case di produzione come questo e 蕾を殺る(Tsubomi o Yaru) di Banmei Takahashi per Shin Toho. Non bastarono comunque a risollevare la sua fulminea carriera che si svolse in poco più di un paio di anni.

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