Okja

Voto dell'autore: 2/5
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Quattro anni di attesa per un nuovo film di Bong Joon-ho, dopo il fortunato successo internazionale di Snowpiercer ed ecco che troviamo il regista andarsi ad invischiare nelle torbide acque delle distribuzioni di Netflix con questo Okja.
Okja poteva apparire progetto curioso in mano ad un regista di tale caratura; la storia di una bambina a contatto con una creatura gigantesca in un luogo idilliaco, minacciati da dei cattivi che vogliono separarli. Si, in effetti, detta così già non sembra una storia particolarmente innovativa. E infatti non lo è.

Ma magari la mano del regista poteva fare la differenza. E no, non la fa. Tant’è che il film è così anonimo nella poetica interna che più volte richiama alla mente Mr. Go, il blockbuster coreano di pochi anni prima. E non solo quello. C’è un po’ di Miyazaki, un po’ di E.T. L’Extra-Terrestre e di mille film già visti mille volte. Certo, la messa in scena è ottima ma non c’è mai un guizzo o un momento di particolare ispirazione se non nel suggestivo finale amaro.
Ma a confondere di più è l’apparente impersonalità e indecisione del tutto specie a livello narrativo; non si capisce mai verso che target sia rivolto il film, a tratti troppo infantile per gli adulti (tutte le ripetute gag di peti e feci, ad esempio) e a tratti troppo cupo per i bambini. Un film con animalisti eroi contro le multinazionali? Nemmeno, visto che anche questi personaggi sono più volte sbertucciati nella loro etica e confusi nel loro sviluppo e nella loro caratterizzazione. Anche il loro boss viene introdotto come carismatico e ambiguo, tutto da svelare, per poi rivelarsi invece totalmente monocorde.
Tutti i personaggi sono a tratti abbozzati come mancassero loro delle porzioni di film per portare a compimento il proprio sviluppo. Okja sembra quasi il riassunto (mal fatto) di una serie tv.
Poi ovviamente non gli si può voler male, è un film eticamente ricattatorio, sorta di prodotto ideale per hipster vegetariani e animalisti italiani del 2017. A parlarne mane si fa la figura di chi dovesse ammettere sulla pubblica piazza che gli stanno antipatici i gattini.
Ma oltretutto uno degli elementi più perturbanti del film è che si tratta di una delle più esagerate vicende antropomorfiste della storia del cinema tanto che lo spettatore è portato a pensare, visto che di organismi geneticamente modificati stiamo parlando, che la creatura sia stata ibridata con parti umane. Ma non è così. Okja e gli animali della sua specie sono dei veri e propri esseri umani a quattro zampe dotati della stessa etica, intuito, intelligenza. Cosa che farà felice tanto pubblico animalista ma non ne fa automaticamente un buon film. Tutta la sequenza dell’accoppiamento è mostrata inspiegabilmente come sorta di stupro “interracial” ed è anche totalmente inutile. Ed è totalmente incoerente a livello narrativo.
Okja sembra la versione Walt Disney di The Host, un’oggetto colorato e retorico assordato da un continuo florilegio ininterrotto e a tratti insopportabile di musica raramente ispirata. Su una sceneggiatura esile che avvicenda improbabili manovre di gang di animalisti (in derive narrative tipicamente coreane ma che mai avevano intaccato la mano del regista prima d’ora) e villain (una sempre brava Tilda Swinton) sopra le righe a cui mancano pezzi di sviluppo caratteriale, il film è pregiato da una regia comunque competente ed esageratamente di qualità a fronte della storia narrata e emerge dalla media per qualche guizzo creativo macroscopicamente raro. L’ennesimo regista strangolato dalle produzioni americane?

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