Old Boys: The Way of the Dragon

Voto dell'autore: 4/5
Voto degli utenti InguardabileSufficienteConsigliatoOttimoImperdibile [3,50/5: 2 voti]

Negli anni abbiamo visto decine e decine di film (non solo asiatici, ovviamente) lavorare sugli stessi materiali con alterna fortuna. Principalmente storie di giovanissimi con un obiettivo comune da rincorrere, la loro lotta, le difficoltà e il raggiungimento; creazione di gruppi musicali per il concerto di fine anno a scuola (Linda Linda Linda), squadre di hockey che vogliono vincere il campionato (Smile), ballerine di hula che vogliono salvare l’economia del loro paese (Hula Girls), ancora musiciste in Swing Girls o ballerini in The Way We Dance. Figli sognatori dei Saranno Famosi, rimasticati di volta in volta in salse e versioni diverse, più o meno riuscite. Abbiamo anche visto molte commedie cinesi che raramente riescono a sortire risultati convincenti ancora indecise sulla strada da prendere tra tipicità locale, internazionalità, e senso dell’umorismo da trattare. A colmare il gap giunge finalmente Old Boys: The Way of the Dragon, film tratto da un precedente mediometraggio degli autori, The Bright Eleven: Old Boys, che dietro quella sua patina innocente e inoffensiva nasconde invece un oggetto sorprendente e autoriale, una delle grandi sorprese cinematografiche di fine 2014.
Davvero uno strano oggetto questo che è in realtà una commedia che non fa ridere e un “saranno famosi” in cui nessuno diventa famoso.

Ad aggravare la situazione, l’età avanzata dei protagonisti (quindi lo spettatore non ha nemmeno due giovani fascinosi a cui ancorarsi) e il loro disperato attaccamento ad un sogno a cui votare l’intera vita anche a fronte di una esistenza fuori dalle convenzioni sociali che li rende outsider e creature prive di dignità a cui non avvicinarsi (socialmente, sentimentalmente, umanamente). Se oltretutto di commedia si tratta, anche se non fa ridere, è inoltre amarissima e permeata in toto di una malinconia diffusa e un senso del melodramma sentito e palpabile. Ed è forse questo il pregio maggiore del film, la sua vitalità, il suo calore, il suo essere sensibilmente accorato finanche commovente.
A fianco si muove la forma; un’ottima fotografia da grande film d’essai (che a tratti riesce addirittura ad evocare quella dei film di Wong Kar-wai), una buona regia e una libertà stilistica inusitata che alterna commedia a vorticose (e a tratti violente) sequenze d’azione d’altri tempi, scelte drastiche e improvvise che lo avvicinano a certo cinema di Hong Kong del passato. Si parte quindi dai bassifondi di hutong disperati, fino ad arrivare alle sale vip della New York più ricca, alle location leoniane di C’era una Volta in America, per poi tornare nella scuola d’infanzia, ormai abbandonata e pericolante a prendere atto della propria sconfitta. Con malinconia, dignità, e con la consapevolezza che nonostante tutto ne è valsa la pena.
Due amici d’infanzia sognano di diventare grandi musicisti. Suonano insieme poi si separano per colpa di una donna, finiscono ad esibirsi nei peggiori locali fino ad essere coinvolti nell’edizione americana di X-Factor. Ma giunti in America sono confusi per due imbattibili killer coreani e quindi assoldati per compiere un omicidio.
Il carisma dei due protagonisti, i Chopsticks Brothers, anche autori del film è enorme; non belli ma con talento da vendere e capaci di spingere il film anche oltre quelle ovvie debolezze e leggerezze proprie della riproposizione del genere che allungano lievemente il brodo in coda. Ha però dalla sua il fatto di possedere un cuore vivo e mai né conciliante, né arrogante, né popolare, sempre inaspettato e pronto al perturbante e al colpo al fianco. Inoltre il film è tipicamente cinese e nonostante per metà sia ambientato negli Usa rivendica sempre la propria origine, dall’opera di Pechino messa in scena, alla canzonette popolari, passando per i bassifondi e altre splendide location. Non cerca mai di presentarsi come culturalmente asettico ed esportabile ma espone sempre la propria pregnanza culturale.
Una curiosità, il film è stato co-prodotto da Daniel Lee, il regista di Black Mask e 14 Blades.
Va infine menzionato che Old Boys: The Way of the Dragon è stato preceduto da un videoclip virale e delirante di una canzone (Little Apple) contenuta all’interno che in breve è divenuto il tormentone musicale del 2014 in Asia (né è subito stata prodotta una cover dalla band coreana T-Ara) ottenendo un discreto successo anche negli USA.

CONDIVIDI: