One Million Yen Girl

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One Million Yen GirlTanada Yuki è una giovane regista e sceneggiatrice che ha già collaborato alla stesura dello script di Sakuran di Nagashima Mika e quest’anno è passata dietro la macchina da presa per dirigere questo One Million Yen Girl, proponendoci un personaggio femminile ben costruito, con uno spirito da cinema d’autore indipendente, che ricorda molto da vicino quello di Kawase Naomi. Un milione di yen è la cifra che Suzuko (Aoi Yu) deve racimolare per poter definitivamente dire addio alla propria famiglia. Condannata ingiustamente alla galera per colpa di un ragazzo, suo compagno di stanza, dopo aver scontato la pena e aver fatto rientro in famiglia, Suzuko decide di andarsene di casa. I genitori non fanno che rimproverarla rinfacciandole i suoi errori, il fratello minore è ancora meno tollerante verso di lei e i vicini e i conoscenti del quartiere in cui abita non sono affatto disponibili a reintegrarla. Suzuko viene a trovarsi così in situazioni assurde e complicate e dopo poco, è costretta a spostarsi in un posto nuovo in cui ricominciare da capo, sperando di riuscire a trovare il luogo che fa davvero per lei. Con la sua valigia arriva ad esempio in una località di villeggiatura sul mare dove trova lavoro come cameriera in un bar sulla spiaggia. Ma un ragazzo si innamora di lei e Suzuko si trasferisce in un piccolo villaggio di campagna in estate. Una coppia di mezza età con un figlio adulto non sposato la assume come bracciante stagionale per la raccolta delle pesche. Tutti nel paesino la adorano, ma quando le chiedono di fare da testimonial in una pubblicità per promuovere le loro pesche, la ragazza si rifiuta di accettare e il paese le si rivolterà contro, ritenendola un’ingrata. Suzuko lascerà anche loro. Ovunque vada cerca di non stabilire legami e di non rivelare nulla di sé, ma ogni volta gli altri le si affezionano troppo, e poi finiscono per farle del male ed essere ingiusti con lei. Se in Sakuran Tanada aveva scritto la storia di una donna imprigionata nel suo ruolo sociale di cortigiana alla ricerca di un amore vero e autentico, in One Million Yen Girl con maggiore libertà produttiva e meno mezzi, la regista delinea ancora una volta in modo ancora più consapevole il ritratto di una giovane donna non libera, imbrigliata nell’idea sbagliata che di lei si fa chi la circonda, che cerca di raggiungere finalmente la propria autonomia durante un lungo viaggio per il Giappone, dalle zone balneari, a quelle rurali e montuose, alla città. Il nucleo fondamentale della storia del film di Tanada è la distinzione centrale nel pensiero e nella cultura giapponese tra honne e tatemae, il retro e la facciata, il lato esteriore delle convenienze sociali e la vera personalità del singolo che sta dietro di essa. Non ci può essere una seconda possibilità per chi ha già sbagliato una volta. Accanto alla vicenda principale c’è anche quella del piccolo fratello di Suzuko, che troverà, proprio grazie alla sorella, la forza di ribellarsi al bullismo dei compagni di scuola. Tanada, con la storia di Suzuko, mostra efficacemente la difficoltà di una società chiusa come quella nipponica di confrontarsi con tutto ciò che è nuovo e diverso. Suzuko è in fondo una straniera, un’estranea, che non può arginare gli inevitabili scompensi che la sua presenza, la sua sensibilità e la sua intelligenza e bellezza portano dovunque arriva. Aoi Yu, nell’interpretarne il ruolo, regge con straordinaria intensità e maturità l’intero film con il suo corpo esile e aggraziato, in primissimi piani davvero impietosi. Nonostante il titolo decisamente fuorviante e banale e il paragone evidente con i road-movie questo viaggio è trattenuto e minimale, mai lacrimevole, ma anzi asciutto e a volte intriso di amaro sarcasmo. Il controllo e la rarefazione delle emozioni sono estremi in tutto il film e il faticoso lavoro di sottrazione, tratto distintivo del cinema giapponese d’essai, anche nel montaggio e nella fotografia, è eccellente e fa sì che questo film abbia meritatamente attirato l’attenzione dei critici e della stampa che non a caso gli hanno attribuito un premio nell’edizione 2009 del Far East Film Festival.

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