One Missed Call 2

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One Missed Call 2Il cellulare assassino colpisce ancora!

La trama non ha molto da dire, di nuovo la chiamata che arriva dal futuro per avvisare l’ignaro possessore del telefonino della sua prossima dipartita per l’aldilà. Si aggiungono nuovi personaggi, qualche investigazione e la scoperta degli avvenimenti passati che hanno avuto effetto sul presente dei protagonisti.

Un continuo ed infinito deja-vu che non vuole allontanarsi, l’immagine di un pozzo e quelle braccia e quelle mani infarinate che sbucano dal nulla. Tutto questo, solo questo e nient’altro. La catalessi ci coglie e ci trasporta tra le braccia, queste sì spaventose, di Morfeo. Perché è negli incubi che rendiamo vive le angosce e le paure della vita, nella quale il telefonino non può essere una minaccia, ma al più solo un oggetto che ci può creare dei pesanti sbattimenti. E lo sapeva bene Miike che nel prequel ha azzerato nel lasso di brevissimo tempo la componente tecnologica dei cellulari, che si manifestava attraverso la cantilena polifonica e qualche foto a bassa risoluzione, per tuffarsi su quella umana e sui traumi dell’infanzia. Esattamente il contrario di quanto avviene in One Missed Call 2, affogato nel mare magno di chiccherie di ultima generazione nipponica.

Diretto da Renpei Tsukamoto, al suo debutto sui grandi schermi, il film ripesca a piene mani dal predecessore, attenendosi in modo maniacale anche al campionario di morti attorcigliate di uzumakiaca derivazione citate da Miike, facendo però risultare inoffensivo qualsiasi presunto momento angosciante, nessuna tensione né un brivido, il “salto sulla sedia”, accentuato furbescamente dagli effetti sonori, arriva quando ce lo si aspetta e pertanto rimane solo la sedia. Perfino il cambio di ambientazione, la più solare isola di Taiwan rispetto all’ospedale fatiscente introdotto nel primo film, non porta alcun giovamento, si respira aria nuova ma è immancabilmente fritta. Appare evidente come lo sceneggiatore Minako Daira, coautore anche dello scritto di One Missed Call, si sia trovato a dover dargli un seguito senza avere delle solide basi da cui partire, appoggiandosi unicamente su formule narrative già collaudate e infatti il tutto si affloscia per implodere infine con un pesante tonfo.
Insomma un continuo ripetersi di situazioni, una spirale senza fine di spaventi già vissuti, un film parodia del new horror (ormai morto e sepolto eppure continuamente riportato forzatamente in vita) e di se stesso, sfiancante ed avvilente.

 

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