One Night

Voto dell'autore: 4/5
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One Night, presentato in anteprima europea al Far East Film Festival di Udine 2020 (nella sua edizione online causa COVID), è un film diretto da Kazuya Shiraishi e scritto da Izumi Takahashi.

La trama racconta di una madre che ritorna dai suoi figli, ormai grandi, dopo che una notte di quindici anni prima uccise il padre violento. Questa è la base dalla quale parte il regista per calarsi nelle profondità della narrazione e delineare i protagonisti: sono tutti persone distrutte, che vivono ai limiti di una società che le rifiuta o non le capisce, rassegnate a una vita in qualche modo allo sbando e incapaci di rimettersi in carreggiata. 

I tre figli vedono ognuno in modo diverso il reato commesso dalla madre: chi come Yuji (interpretato da un ottimo Satoh Takeru) che lo ritiene uno stigma incancellabile che ha rovinato la sua vita e lo ha portato a trasferirsi da una piccola città di provincia a Tokyo all’inseguimento dei suoi sogni, oppure la più moderata Sonoko (Mayu Matsuoka) che a posteriori valuta l’omicidio come necessario al fine di proteggere lei e i suoi fratelli, all’epoca ripetutamente maltrattati. Il senso di colpa provato dalla madre (la brava Yuko Tanaka) ricade inevitabilmente sui figli, che per differenti motivi si trovano a fare i conti con i propri sbagli, influenzati anche da comportamenti che sembrano essere ereditari, come la violenza familiare del fratello maggiore Daiki (Ryohei Suzuki), alle prese con il proprio divorzio. Se le incomprensioni e l’incapacità di capirsi segnano in maniera indelebile i rapporti tra i personaggi, l’importanza della comunicazione può diventare una delle chiavi di lettura trasversali per decifrare l’intera pellicola. 

Interessante è la prospettiva che cerca di dare Shiraishi del Giappone, mostrando una non specificata città di provincia in cui i protagonisti vivono di lavori umili (e umilianti) e non soddisfacenti, hanno abbandonato i sogni giovanili e affrontano spesso il problema dell’esclusione e della discriminazione, vuoi per le balbuzie (Daiki) o per l’alcolismo (Sonoko), o ancora come tutta la famiglia e la società di taxi gestita dal fratello più grande venga bersagliata da gesti violenti per l’atto commesso dalla madre.

L’unico che non sembra aver mollato completamente le proprie aspirazioni è Yuji, che vuole diventare scrittore, ma ciò gli è costato la quasi totale recisione dei legami con la sua famiglia, e il suo odio represso è sintomo di una situazione non risolta, fattore che vale anche per i problemi manifestati dagli altri personaggi.

È un Giappone marginale, periferico, lontano dal “cool” comunemente proposto. È un Giappone dai toni opachi e ciò si riflette sull’uso dei colori e delle luci nel film, dove la particolarità è il contrasto tra presente e flashback: il primo è rappresentato con tonalità più fredde e sbiadite, mentre i secondi con colori caldi e una luminosità diffusa.

Questo porta a una riflessione non solo sul passato in quanto tale, ma anche sul passato visto con gli occhi di un presente senza speranze: nonostante le botte e i drammi, i tre fratelli e la madre riuscivano a vivere momenti di quotidiana serenità quando era ancora vivo il padre, e al confronto, quindi, il presente sembra ancora più cupo perché annichilente.

Le inquadrature che mettono in evidenza il contrasto tra luce e ombra sono così fondamentali, collocandosi all’interno di una regia quadrata e dal montaggio calibrato, che lascia poco spazio a movimenti di macchina virtuosi per concentrarsi sulla densità visiva d’insieme e sui confronti verbali.

L’unico appunto che si potrebbe fare al film riguarda gli eventi di un pre-finale leggermente confuso, che si legano alla sottotrama di un taxista ex-yakuza e del suo rapporto con il figlio, che spezzano il rigore e la solidità fino a quel momento mostrati. Nonostante questo, One Night è l’ennesima ottima prova di Shiraishi, che dopo The Blood of the Wolves e Dare to Stop Us regala al pubblico un’altra opera personale pregna della sua visione della vita e del cinema.

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