One Way Only

Voto dell'autore: 3/5
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One Way OnlyOne Way Only è un’enorme sorpresa, sorpresa probabilmente dovuta alle aspettative inesatte e ad una promozione e critica del tutto errata. Il film veniva da molti (inclusa la Celestial Pictures che ne ha curato il restauro e la ristampa) definito come “l’Easy Rider hongkonghese” e decantato come l’esordio alla regia dell’attore Danny Lee (Untold Story, Oily Maniac). Del film di Dennis Hopper possiede in comune ben poche cose, l’aura eversiva e lo slancio ribelle, la presenza delle moto e la comunione quasi filosofica con il proprio centauro. D’altronde anzichè lungo le strade bruciate d’America il film si svolge praticamente per intero nel formicaio urbano di Hong Kong. In quanto alla regia di Danny Lee, scopriamo essere una co-regia con un altro creatore di universi cinematografici detonati come Nam Nai choi (The Cat, Story of Ricky). La prima parte non è delle più esaltanti, racconta con partecipazione ma senza un grosso coinvolgimento per lo spettatore, la storia di uno stuolo (una gang?) di ragazzi feticisti delle moto che trascorrono la propria vita tra un’officina meccanica e un bar, tra corse, bevute, ragazze e ragazzate. Il soggetto segue gli eventi del protagonista (Robert Mak Tak Law), impacciato perdigiorno orfano di padre e con madre a carico perennemente afflitti dalla povertà, che trova lavoro in un’officina gestita da un ex biker (rimasto invalido in seguito ad un incidente motociclistico) interpretato da Danny Lee. Il contatto con i bolidi della strada lo porterà ad imboccare la rischiosa strada delle corse motociclistiche più o meno legali, a trovare (o cercare?) l’amore (la bellissima Daai Leung Jun, già vista tra gli altri film in Kung Fu Mahjong.');" onmouseout="tooltip.hide();">Mahjong Heroes), e a lottare contro la caotica polizia locale, perennemente portatrice (in)sana di violenza e, sul finale, di morte.
Se a lungo andare il film inizia ad annoiare non riuscendo a coinvolgere più di tanto nemmeno durante le sequenze di corsa, goffamente accelerate, è il finale (o meglio, i finali) bellissimo a lanciare il film diversi gradini più in alto. In mezzo allo scontro tra una polizia cieca ed accecata e i centauri con il sangue al cervello, la morte, urlata con una deflagrazione sullo sfondo è capace per pochi istanti di fermare tutto e tutti e di strozzare le urla dei protagonisti dissolvendo l’audio in una scena successiva, geniale, che con un gusto agrodolce getta una minima luce catartica sul film.
Un pò biker movie giapponese, un pò un Initial D motociclistico ante litteram, il film si salva grazie a questo finale e a un paio di sequenze melodrammatiche altamente magistrali. Nella prima, il protagonista torna a casa trova moglie e figlia ad aspettarlo ma la gelida consapevolezza di averle perse anni prima gliele fa scomparire davanti. Nella seconda, un ragazzo che si arrende di fronte al ruolo di duro che interpreta, in seguito alla scomparsa del padre, si lascia percuotere arrivando ad ingerire spontaneamente degli escrementi di cane.
Di nuovo in scena il boom economico e la ricerca disperata di fonti più o meno dirette e lecite di denaro. In una sequenza onirica esemplare, il protagonista sprofondato in una scenografia nera neutra vede piovere dollari dal cielo e uno sciame di ragazzine corrergli incontro.
Come molte produzioni della Shaw di questo periodo il film non può fare a meno di regalare un paio di seni maturi e rigogliosi al vento in modo del tutto gratuito.
Cinema libero, 80% spazzatura, dominata da tre scene che valgono 110% di film.

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