Operation Scorpio

Voto dell'autore: 3/5
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Se esistesse realmente un genere chiamato “kung-food” fatto di arti marziali e cibo e che annoverasse tra le proprie file film del calibro di God of Cookery e Chinese Feast, bhè, anche questo film ne farebbe parte. E invece quel genere, fino a prova contraria (di cui saremmo ben felici) non esiste e quindi cercheremo di collocarlo altrove. Operation Scorpio è un action puro e duro, fortemente coreografato, che mette in scena ascesa e riscatto di un perdigiorno sognatore, inetto e appassionato di fumetti (Chin Kar-lok).

I primi cinque minuti, frutto di un sogno ad occhi aperti del protagonista, sono pretesto per mettere in scena un duello in costume tanto violento quanto esagerato ed ironico. Di seguito il nostro supera vari blocchi narrativi giustapposti per confrontarsi sia alle possibilità di miglioramento e “potenziamento” sia alla crudeltà dei cattivi contro cui dovrà sua malgrado scontrarsi nel finale. Tre sono le fasi della sua maturazione; per primo entra in una palestra dove insegnano che è la forza e la potenza a determinare il successo di un guerriero. Ad proporre queste teorie un colosso muscolare come Frankie Chin (indimenticabile in Full Contact e Story of Ricky). Successivamente entra a lavorare nella cucina di Uncle Yi (un Liu Chia-Liang in formissima) e qui si celebra tutta la fase kung-food, fatta di pulizia di wok bollenti a mani nude, noddle e germogli di soia lanciati in aria, ortaggi volanti, uova infrante e via di questo passo. Terza fase, lo studio personale del moto dell’anguilla per trovare una propria disciplina marziale atta a contrastare il cattivo finale, abile nella posizione dello scorpione (da cui il titolo) e interpretato da un agilissimo Kim Won-jin, boss di fine livello anche nel brutto Women on the Run e successivamente coreografo del coreano My Wife is a Gangster.

E sul finale, composto da un combattimento mastodontico di quasi mezz’ora, scende in campo anche Liu Chia-liang, regalandoci un duello estremamente intenso. Il film è ben diretto da David Lai (regista assai discontinuo con all’attivo schifezze come il già citato Women on the Run ma anche gioiellini come Saviour of the Soul) e fotografato in tonalità nette e brusche immerse nel fumo, come nella classica Hong Kong degli anni 80/90. Le coreografie a sei mani sono ben articolate ed esagitate, ma quando c’è la mano di Liu non c’è mai uno sbilanciamento preponderante del wirework (che comunque è evidente). L’azione è dura e violenta, estremamente acrobatica ed (in)verosimile pur non esibendosi in esagerati voli nell’aria, tranne che nei primi cinque minuti in cui tutto è permesso (a causa della natura onirica della sequenza). Un piccolo cult per gli appassionati puri e duri delle arti marziali.

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