Orgies of Edo

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La prima cosa che viene da dire a proposito di Orgies of Edo è che davvero bisognerebbe liberarsi della distorta percezione occidentale che si ha di molto cinema giapponese. Con l’eroguro di fine 60 – inizio 70 pare infatti di essere fermi a quegli anni di uscita dei film, quando effettivamente il cotè esotico misto a temi non convenzionali e a una visione decisamente parziale del mercato locale, facevano passare senza filtro certi stereotipi che si sono radicati a forza nella mente di molti. Da una parte vi è la differente modalità di sospensione della credulità che ad Oriente ha livelli bassissimi, visto che lo spettatore locale sa benissimo che la macchina cinema è soprattutto finzione, la qual cosa  viene comprovata da effetti speciali assolutamente non realistici, efferatezze assortite e sviluppi narrativi talvolta improbabili. Dall’altra vi è un controllo assoluto del limite della rappresentabilità provato invece dallo stretto regime di censura che si adatta nella pratica, nel senso più ferreo, alla realtà degli organi genitali nelle produzioni per adulti. E questo accade ancora oggi, non solo nel 1969 di questo film. Questo stride assai con un cinema occidentale che ha sempre passeggiato lungo le vie dello shock e dell’estremo inseguendo il realismo e l’efficacia della rappresentazione. E questo si può osservare senza dovere per forza andare ad affondare le mani nelle origini storiche e culturali dell’eroguro come si fa di solito per giustificare certo cinema. Dati alla mano l’exploitation si faceva a tutte le latitudini, ma seguiva vie diverse a seconda della percezione del pubblico. Il film in questione non fa affatto eccezione e si cercherà di spiegarne il motivo.

L’anno prima, quel peculiare ’68 per tutto il globo, il buon Teruo Ishii, pur avendo alle spalle una rispettabilissima carriera nel prison movie, aveva esplorato le vie del sesso (Tokugawa Onna Keizu) e dell’estremo (I Piaceri della Tortura). Per questo la Toei decide di commissionargli una pletora di film che si muovano entro quelle strette mura. Ne escono ben sette nel ’69 in cui bene o male ruotano le stesse professionalità, si seguono gli stessi schemi narrativi e si replicano le stesse suggestioni visive. Qui ritroviamo la stessa struttura episodica di Love and Crime, Yakuza’s Law: Lynching! e Inferno of Torture. C’è Teruo Yoshida a far da collante agli episodi come in Love and Crime, ma meno protagonista di Inferno of Torture o L’Orrore degli Uomini Deformi, così come un cameo del grande ballerino Hijikata Tatsumi. Dentro anche un frullato di tutte le suggestioni visive tipiche del regista, come le donne dipinte, il sangue a fiumi e persino i mostri ustionati con denti sporgenti che rivedremo di lì a poco ne L’Orrore degli Uomini Deformi, considerando che la pellicola arrivò nei cinema nel Gennaio di quell’anno.

E poi ci sono le star, perché mai si dovrebbe dimenticare che questi film ruotavano attorno alle attrici che vi recitavano. Sono loro infatti a scandire i capitoli del film. Nel primo c’è la bella Tachibana Masumi, che per amore e per l’inganno perpetrato da un perfido Yamamoto Toyozo, finisce a fare nominalmente la geisha, ma formalmente la prostituta per saldare i debiti della sorella. La sua vita di privazioni porta all’ovvio tragico epilogo in cui il suo corruttore finisce per pentirsi e rimpiangere il suo perduto amore. Nel secondo la protagonista è Sawa Toshiko, poi nota come Toda Junko, sorta di ninfomane ossessionata da uomini deformi. Il suo servo (Ishihama Akira) cercherà in tutti i modi di salvarla, ma come il dottore ipnotista (Yoshida Teruo) suggerisce non si sa bene quali saranno le conseguenze. Tragiche anche in questo caso, come norma, ma con un minimo sindacale di lirismo nell’epilogo finale che salvano l’episodio dalla totale ignominia. L’ultimo segmento vede in campo tre veterani della Toei: Koike Asao nel ruolo di un perverso signorotto, Obana Miki nel ruolo dell’altrettanto perversa amante e Kagawa Yukie nel ruolo della sua prima concubina. Quanto detto sulla percezione in precedenza è in questo episodio lapalissiano. Si tratta del più estremo dei tre del lotto, in cui la Obana adora essere legata e tagliuzzata e in cui viene suggerito, che la concubina abbia orribili perversioni, semplicemente mostrandola gemere circondata da tre batuffolosi cagnolini. Il gran finale è poi un cesareo praticato sotto costrizione e con la spada dal medico Yoshida che finisce per rivelare un temibile bambolotto, assolutamente immobile e finto.

A parte una leggera somiglianza della peripeteia, la rivelazione finale che inverte i destini dei protagonisti, con quella di Old Boy di Park Chan-wook – guarda caso tratto da un manga nipponico – l’episodio è sintomatico di quanto male possa fare il fattore exploitation in certi casi. La tentazione sarebbe quello di ascrivere le tre tragiche storie al filone delle auto-mutilazioni per amore tanto care agli sceneggiatori giapponesi, ma troppa gratuità, troppa accumulazione e un superfluo gioco al rialzo finiscono per inficiare il prodotto, senza permettergli di raggiungere le vette di altri prodotti estremi che lo stesso anno Ishii produrrà, come il già citato Inferno of Torture.  I tòpoi percorsi son simili, ma manca la credibilità dei personaggi e la coerenza narrativa, così come qualcosa non va bene in sede di realizzazione. L’improbabile medico interpretato da Yoshida lo è ancora più di quello interpretato dallo stesso in Love and Crime, così come Koike è eccessivamente caricaturale nella sua interpretazione del malvagio nel finale. Sembra tirata via in fretta questa pellicola; una fretta che la trascina via lontano dagli omologhi più nobili per portarla dalle parti di un Jess Franco e come per il regista spagnolo l’interesse risiede più nei fattori contingenti che nella qualità intrinseca dell’opera. Resta solo quella memorabile sequenza iniziale dei titoli di testa col grande danzatore Butoh Hijikata Tatsumi che danza venendo fuori da una “Casa di Bambola”.  Che sia qualche riferimento alto all’omonimo capolavoro di Ibsen? Chissà. La cosa non stupirebbe al di là del modesto risultato.

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