Osaka Tough Guys

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Osaka Tough GuysChiunque conosca anche in maniera superficiale la filmografia di Miike può rendersi conto di come nei suoi film i generi vengano sempre presi e mischiati tra loro, al servizio della rappresentazione di tematiche a lui care. Benchè in linea di massima ascrivibili ad una determinata categoria, più per comodità di incalliti classificatori che altro, non c’è nessun lavoro del regista giapponese che possa definirsi come film di genere “puro”. Certo, ognuna delle sue pellicole pende più o meno da qualche parte, dall’horror di The Call o Audition alla serie dei numerosi yakuza eiga prodotti nei primi anni del terzo millennio, dal western di Sukiyaki Western Django al fantasy di Yôkai Daisensô, ma nessuna di esse si può definire come completamente aderente a certi stilemi appartenenti ad uno specifico genere. Osaka Tough Guys, opera girata in video che precede di pochi mesi l’esordio nelle sale cinematografiche del regista con Shinjuku Triad Society, è uno di quei lavori che maggiormente propendono in direzione di qualcosa di già canonizzato, in questo caso la commedia parodica, lasciando ben poco spazio ai caratteristici crossover tipici di Miike. Un semplice divertissement, verrebbe da dire, che se però viene considerato nell’ambito della non eccelsa produzione precedente riesce a farsi notare proprio in virtù della sua propensione alla facile risata non troppo distante dalle atmosfere tipiche dello slapstick.

A tratti potrebbe persino saltare in mente la commedia hongkhonghese degli anni ’80, con personaggi cialtroni, interessati solo a soldi facili, donne e alcool, con poca voglia di sgobbare e tanta di bighellonare, senza contare le ambientazioni di Osaka che in certi momenti riescono sorprendentemente a ricordare quelle dell’ex colonia britannica. Makoto ed Eiji sono due giovani fannulloni il cui unico scopo è quello di arricchirsi senza fare fatica, per poter così avere donne e divertimento a volontà. Fregandosene bellamente delle istituzioni scolastiche, questi si recano presso l’istituto che frequentano, pieno zeppa di professori distratti e dall’aspetto non proprio vispo e riescono ad estorcere al preside, senza troppa fatica, un po’ di soldi appartenenti alla scuola; una scena molto simile, ovvero un salone zeppo di insegnanti che non sono assolutamente in grado di gestire gli studenti, verrà ripresa e sviluppata a distanza di anni nell’action scolastico Crows Zero (così come il personaggio strampalato del bimbo ciccione travestito da donna che compare di tanto in tanto). Sebbene non siano riusciti ad ottenere esattamente la cifra desiderata – appena 10,000 yen anziché il milione inizialmente previsto – questi decidono ugualmente di festeggiare recandosi in un night club e constatando come i boss della yakuza non facciano affatto fatica ad essere attorniati di presenze femminili e sakè, e dopo aver gozzovigliato senza ritegno e incapaci di saldare il conto questi vengono brutalmente sbattuti fuori (dallo spadaccino cieco Zatoichi, in uno dei tipici deliri miikiani) per tornare, poveri in canna e devastati da un tremendo hangover, alla realtà nuda e cruda. In preda alla disperazione più nera, ai due non sembra vero di aver trovato un annuncio per un lavoro per la fantomatica Kinsu Corporation con cui guadagnare l’esorbitante cifra di 50.000 yen al giorno: è inutile dire con quale prontezza i due si precipitino al colloquio in uno stabile abbandonato in mezzo al nulla, per scoprire quindi di avere l’opportunità di entrare in una gang yakuza, guarda caso guidata proprio dal boss che hanno visto la sera prima al night. Un’occasione che i ragazzi non si lasciano scappare e che li catapulta nel mondo della mafia giapponese, qui rappresentata da personaggi che di nobile hanno ben poco e pare siano solo interessati a sperperare i soldi guadagnati illegalmente: sempre di una visione crepuscolare della yakuza si tratta, come quella che compare in pellicole quali Agitator, Graveyard of Honour o Yakuza Demon, con la differenza che in questo caso tutto è rappresentato sotto forma di parodia. Da questo momento in poi Eiji e Makoto cominciano ad accettare i lavori più umili – come lavare l’auto del boss – con la speranza di riuscire a risalire pian piano i vertici del clan. A ciò si aggiunga l’immancabile sottotrama romantica tra Makoto e Keiko, una ragazza che nelle prime scene del film viene salvata dai due ragazzi dalle grinfie di una gang di teppisti, e il cui unico sogno è quello di fuggire dalla realtà di Osaka, fatta di fame e povertà – e in questo ella rappresenta alla perfezione la tematica miikiana della ricerca della felicità, qui appena abbozzata ma ben evidenziata in pellicole quali Rainy Dog o Ley Lines.

Al di là di questi fugaci squarci sulla poetica del regista, la maggior parte del film si riduce ad essere un insieme di gag triviali – farcite di vomito e mefitiche esalazioni intestinali – più o meno azzeccate, sorrette da un’esile sceneggiatura che perlomeno mantiene una sua linearità e si eleva rispetto a quelle di altri suoi lavori (come quelle abominevoli di Maki Hisao, ad esempio). Ma il vero protagonista del film, un incrocio tra Takeuchi Riki e Caesar Takeshi in versione ancor più rozza, è il personaggio di Taijo, interpretato da Rikiya Yasuoka, uno yakuza superdotato grezzo come la carta vetrata che ha sempre fame di donne, alcool e karaoke. Una bestia, insomma, che durante la scena più esilarante dell’intero film (nonché una delle più deliranti di tutta la filmografia miikiana) si mette a cantare a squarciagola facendo letteralmente impazzire e saltare in aria tutto e tutti, arrivando persino a distruggere lo stesso film in un simpatico gioco metacinematografico. E ovviamente non si tira indietro quando è ora di girare un film porno amatoriale, guarda caso proprio con la malcapitata Keiko nei panni della protagonista femminile: solo l’intervento di Eiji e Makoto riesce a farle evitare per un pelo una traumatica esperienza. Oltre al lato squisitamente comico, che ammanta e pervade l’intera pellicola, ciò che emerge da Osaka Tough Guys è l’aspetto nostalgico, un’altra  delle principali tematiche della poetica miikiana. Già il fatto che il film sia ambientato nella città natale del regista, così come accadrà di lì a poco per i due Young Thugs, dovrebbe dirla lunga; i personaggi di Eiji e Makoto poi non devono essere troppo differenti da come il giovane Miike doveva sembrare in età tardo adolescenziale, oltre al fatto che di violenza – tipica dell’età adulta – qui ce ne sia ben poca, e quella che c’è più che spaventare, diverte. A livello stilistico si è ancora abbastanza lontani dalle bizzarre soluzioni adottate nei film successivi, benchè rispetto ai precedenti lavori si noti comunque una maggiore dose di personalità, specie nelle scene più strambe – come il tizio che lecca il capezzolo di un altro su un altalena posta nel bel mezzo di un night club (!), o quelle sopracitate che ruotano attorno a Taijo. Sarebbe azzardato quindi definire Osaka Tough Guys come un film del tutto riuscito, nonostante rimanga l’ennesima, interessante faccia (comico-demenziale) del pianeta Takashi Miike.

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