Outrage Beyond

Voto dell'autore: 3/5
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Outrage Beyond di Kitano TakeshiCon questo film in concorso alla 69esima Mostra del Cinema di Venezia, Kitano Takeshi ritorna su luoghi e personaggi del precedente Outrage. Esaurita con Achille e la Tartaruga la messa in discussione amara dell’arte e della figura dell’artista, il maestro Kitano riparte dal genere yakuza. Outrage Beyond, come da titolo, prosegue il primo capitolo di questo scontro fra clan yakuza mantenendosi sulle stesse coordinate stilistiche. Anche qui l’infaticabile cineasta giapponese scrive, dirige, interpreta e monta tutto. Regia ferma, precisa, sicura, che non si concede azzardi. Sembra invece aver calcolato tutto al secondo, razionalizzando ogni fotogramma. Il film si prende una buona ora per gettare le basi degli scontri e dei tradimenti. Le delicate relazioni fra i clan, che il detective Kataoka complica ad ogni passo, si ricollegano alle vicende di Outrage avvenute qualche anno prima. Tutta questa metà è misuratissima. Il ritmo scorre lento, i tanti personaggi si muovono con attenzione, preoccupati di scatenare una guerra il cui risultato è sempre incerto. E così fa Kitano in cabina di regia. Paziente, muove lenta la macchina intorno alle varie discussioni su chi ha il potere, chi ha tradito, chi è il colpevole e chi deve pagare. La tensione cresce piano piano, e scatta meccanica nel momento in cui Otomo sta per uscire di prigione. Otomo, interpretato di nuovo dal regista, esce in libertà condizionata pronto a riprendersi ciò che è suo, a ristabilire l’ordine naturale delle cose. Da qui l’esplosione di violenza, con corpi che cadono falciati dalle pistole quando sono fortunati, trapanati quando non è la loro giornata. In una cosa Kitano Takeshi non cambia, fortunatamente, mai. Ogni atto barbaro, ogni agguato e ogni proiettile sparato ha sempre dietro quell’ambigua, sagace ironia che permea anche le sue opere più dure. Non è il grottesco o il pulp che brucia la catarsi sanguinolenta con l’eccesso volgare.  Piuttosto, è la forza dell’estraneo, dell’elemento esterno che devia dai binari della faida tra yakuza arricchendo lo sviluppo della trama con qualcosa di più di un mero contorno. Le risate in sala durante alcuni omicidi sono incomprensibili, un fraintendimento sciocco che non rende giustizia alle immagini sullo schermo. La violenza è conseguenza drammatica e conclusione inevitabile, obbligata dal rigido codice d’onore. La minimale, ma tagliente colonna sonora anticipa sempre lo spettatore preparandolo al peggio. E quella fulminea, lancinante botta finale, mentre si sta per abbozzare un sorriso e tirare un sospiro di sollievo sigilla tutto con una sferzata imprevedibile, chiudendo ogni possibile discussione. Kitano trancia gli eventi con una rapidità tutta all’opposto del ritmo placido delle fasi iniziali. Quasi non ci si rende conto che è tutto finito.
Beyond non è un capolavoro, come non lo era Outrage. Kitano Takeshi ha già sradicato le convenzioni del genere yakuza nelle sue opere più coraggiose e riuscite. Per un regista che non guarda mai indietro alla propria carriera, andare avanti è l’unica strada possibile. Poco importa se questa strada lo riporta ad un classicismo più concreto che ermetico, meno interessante ma non per questo trascurabile. Anche in opere fondamentalmente minori all’interno della sua produzione, Kitano trova sempre qualcosa da dire. Sa distinguersi e conferma una capacità di padroneggiare il linguaggio cinematografico che spetta solo ai grandi. Chiedergli di reinventarsi non solo non avrebbe senso ma è molto probabile che per tutta risposta si otterrebbe solo il suo eterno sorriso beffardo con cui riesce a fare sempre quello che vuole.

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