Over Your Dead Body

Voto dell'autore: 4/5
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Uno dei meriti di Miike Takashi è sempre stata la sua straordinaria capacità di adattamento di opere altrui in film il più delle volte di straordinario spessore e innovazione. Che si tratti di remake, adattamenti di romanzi, manga o videogiochi, la quantità di operazioni riuscite è assolutamente sopra la media. Se per remake apparentemente inutili come quelli di Thirteen Assassins e Hara-Kiri: Death of a Samurai era riuscito comunque a produrre dei prodotti dignitosi e di elevata caratura, forse il punto più alto lo aveva raggiunto con Ace Attorney, adattamento miracoloso di un videogioco di difficile accesso e ancora più di complessa riduzione filmica. Con Over Your Dead Body decide di accettare una sfida particolarmente complessa ovvero quella di portare per l’ennesima volta sullo schermo (fatto avvenuto più di trenta volte) una vecchia opera kabuki vivamente nota in Giappone, Ghost Story of Yotsuya (The Story of Oiwa and Tamiya Iemon), già alla base di un film di estremo successo, il classico dell’horror di Nobuo Nakagawa, Tokaido Yotsuya Kaidan. Miike vince totalmente la sfida. E per farlo sceglie un approccio del tutto innovativo.

Una troupe teatrale sta cercando di mettere in scena la storia di Oiwa e Iemon. Il film narra le vicende degli attori coinvolti in questa mastodontica operazione. Ma con l’avanzare delle prove delle varie parti dell’opera, la stessa vita degli attori subisce svolte narrative speculari a quelle dei personaggi.

In questo modo Miike riesce a mettere in scena per ben due volte la vicenda, una in maniera pedissequa in costume, radicata nello stesso contesto storico dell’originale, l’altra di totale ambientazione urbana moderna. Riesce ad infilarci anche alcune delle sue manie e elementi ricorrenti? Senz’altro, soprattutto nel momento in cui lascia da parte un film tutto sommato per il grande pubblico, tenuto sotto controllo e decide di avvicinarsi ai lidi più estremi del suo film per la tv maledetto, Imprint. Si muove facendo lavorare alcuni dei suoi collaboratori ricorrenti; gli attori, certo, (Ko Shibasaki di One Missed Call e Hideaki Ito di  Sukiyaki Western DjangoLesson of the Evil) ma soprattutto il direttore della fotografia, Nobuyasu Kita che regala delle immagini e una cura formale propria del grande cinema d’autore e di straordinario rispetto nei confronti delle riduzioni del passato. Con un finale che evoca il Toby Dammit di Fellini, Miike regala l’ennesima opera complessa ma totalmente sorprendente all’interno della propria filmografia a differenza dei precedenti remake di film classici che per quanto riusciti lasciavano una sorta di freddezza addosso ad uno spettatore già avvezzo agli originali. In questo caso il regista adotta un approccio del tutto innovativo regalando un film che si misura con maturità e dignità a fronte di tutte le precedenti incarnazioni della vicenda. Difficilissima operazione, totalmente riuscita

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