Painted Skin: The Resurrection

Voto dell'autore: 3/5
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PaintedSkin2Un ritrovato Gordon Chan diresse Painted Skin, opera di origine letteraria già portata sullo schermo in passato, offrendo un ottimo compromesso tra fantasy dei tempi andati e nuovo cinema ricco cinese. Il regista si è così dimostrato di essere uno dei pochi ad aver superato senza traumi il passaggio da un cinema povero e ingegnoso (finanche geniale) tipico di Hong Kong ad uno ricchissimo in aura da blockbuster di hollywoodiana memoria ma di produzione cinese, proponendo strade nuove o alternative al fantasy che da lì a poco sarebbe diventato -e lo sta facendo ancora, nel momento in cui scriviamo queste righe- uno dei generi più ricchi e remunerativi in patria. Successivamente è passato ad un film simile, Mural, sempre un fantasy tratto da Pu Songling, lo stesso autore dei racconti da cui nasceva Painted Skin. Al contempo un nuovo regista emergeva nel cinema locale facendo gridare al miracolo, Wuershan, che nel suo esordio, The Butcher, the Chef and the Swordsman, mostrava uno stile vorticoso e furioso, estremamente vitale e anche questo bagnato di tradizionalismo e da una visione “old school” di origine hongkonghese. E’ a lui che viene affidata la regia di Painted Skin II, mentre a Gordon Chan danno in mano un altro colossal, il riuscito The Four. Un film che sicuramente è migliore di questo Painted Skin II che è stato però un incasso storico e monumentale ai botteghini locali, un nuovo miracolo cinese che mostra come il cinema mainlander stia sempre più diventando il lato luminoso o l’alternativa ai blockbusters statunitensi. Unici probabilmente al mondo a poter competere in budget e risorse (anche se con un minuscolo gap nell’effettistica ancora da colmare) il loro cinema si sta aprendo in libertà espressive inusitate anche se monodirezionate in un attacco al mercato utilizzando le stesse armi del nemico e producendo spesso la stessa spazzatura filmica.
Painted Skin II è un accecante ed esageratamente ricco (fin dagli stupendi titoli di testa) fantasy in cui ogni elemento è pregiato, sontuoso, elegante, fine. Sembra quasi di vedere lo stile di uno Zack Snyder (si, lo sappiamo, non è un complimento) ma poggiato su un tessuto cinematografico decisamente più intelligente. Peccato che la furia del regista sia parzialmente tenuta a freno e trovi sbocchi solo in immaginifiche visioni di straordinaria potenza ma che annega la storia in più di due ore eccessivamente diluite. Attaccato da un budget così immenso e da un progetto così ambizioso il regista in parte perde le staffe della storia e del suo stile, annegato nel digitale. Sicuramente un passo avanti per il cinema cinese ma uno indietro per il comunque talentuoso Wuershan.
E’ un fantasy che riparte dal primo film ma che più volte ricorda il venefico The Sorcerer and the White Snake di Ching Siu-tung, con uno stile lussuoso e elegante, finanche patinato. Innegabile la qualità di numerose sequenze ma l’accumulo incessante di stimoli visivi e di monumentali décors finisce per stancare.

Un demone volpe (Zhou Xun) imprigionato in un lago ghiacciato è liberata da un demone uccello (Yang Mi, che solo nel 2012 ha recitato in sedici film) e parte alla ricerca di un essere umano che possa offrirle spontaneamente il proprio cuore per diventare anche lei umana. Trova come potenziale “vittima” la principessa Jing (Vicki Zhao Wei), donna sfigurata e innamorata di una guardia e disposta a tutto per averla, anche a cedere alle arti oscure proposte dalla demone.

Nel mentre si affiancano un coppia di villain, un cacciatore di demoni e un assalto al castello che regala un paio di sequenze d’azione e di lotta (decisamente rare nel film) assolutamente riuscite. Ottima prova di tutti gli attori e attrici, quasi tutti giovani, con lode alle tre splendide protagoniste, “solita” commistione di generi e umori, dalla commedia al melodramma sentimentale, e sbilanciamento finalmente totale del wuxia puro nei territori pittoreschi del fantasy. Il film era attesissimo in patria e si è giocato la partita contro il bel The Four, vincendola. Una monumentale prova di forza del cinema locale, sicuramente un film di svolta che verrà ricordato e che probabilmente segnerà un punto preciso di cambiamenti e assestamenti all’interno del cinema cinese lanciando la carriera del regista su strade lastricate d’oro.

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