Parasite

Voto dell'autore: 4/5
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A coronazione di venti anni di gloriosa carriera arriva la Palma d’Oro del Festival di Cannes per il regista Bong Joon-ho e la prima Palma per un film coreano.

La conquista nel 2019 con Parasite, composto film da Festival, perfetto ma non troppo, che si va a calare qualitativamente a metà della propria filmografia. Suo miglior film del decennio, più sentito di Snowpiercer, anni luce avanti Okja, meno compatto di Memories of Murder, meno epocale di The Host, meno intenso di Mother, con qualche nota dell’esordio Barking Dogs Never Bite.

E per questo, coerentissimo con la poetica interna dell’autore, questo si, che muovendosi sugli assi dei generi, dei temi e umori, parte sempre da un contesto base, quello della lotta di classe, dell’ascesa sociale utopica, della dignità.

Film fin troppo carico e saturo di eventi tanto da portare talvolta a qualche leggerezza, in questo meno coerente degli altri citati, ma con una sceneggiatura che su uno snodo centrale inanella tutta una sequela di sterzate, svolte, eventi, personaggi, twist, immaginari, metafore, trovate, anche troppe per la durata totale del film che asciugandolo si sarebbe potuto comunque concludere in meno tempo.

Anche la regia alterna a momenti particolarmente ispirati altri più scomposti in cui a dettare le esigenze e l’estetica dei movimenti di camera è il più delle volte l’architettura del maniero in cui gran parte della storia è ambientata, vero e proprio personaggio parallelo, capace di nascondere, aprire, chiudere, rivelare, finanche comunicare.

Parasite si pone per questo come punto di arrivo del primo ventennio di carriera di Bong, come summa di un intero percorso artistico, prendendo il meglio di ogni film e restituendone uno nuovo, irresistibile, perfetta media artistica del tutto.

Liberissimo -e più di sempre- di alternare a commedia pura, sequenze gore, melodramma, azione, di osare con un comparto musicale inusuale (che presenta una sequenza sulle note di Gianni Morandi) e offrendo un finale disperatamente geniale, Bong costruisce il proprio punto zero da cui ripartire con una carriera artisticamente rilevante e dallo stile ormai riconoscibile (anche qua confermata la presenza del suo attore feticcio Song Kang-ho).

Certo, la morale degli esseri umani come scarafaggi che vivono nel buio e sotto terra senza speranza di redenzione sociale, schiacciati dalla ricchezza anche architettonica dei nuovi arricchiti, del capitale spietato e disumano, della dignità ritrovata e del tentativo impossibile di cambiamento è abusata, ma Bong riesce a trovare un percorso assolutamente personale e funzionale e a restituirne una versione nuova, irresistibile e a tratti geniale attraverso i generi cinematografici.

E riesce nella ormai rarissima missione di costruire un film popolare e smaccatamente commerciale funzionando sia a livello di critica che a livello di pubblico (è ad oggi uno dei maggiori incassi dell’anno in patria).

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