Patema Inverted

Voto dell'autore: 3/5
Voto degli utenti InguardabileSufficienteConsigliatoOttimoImperdibile [4,00/5: 1 voti]

Patema InvertedChe in questo nuovo millennio l’animazione faccia più del cinema per legittimare l’autorialità in Giappone è fuor di dubbio. La libertà vera che le produzioni dal vivo non concedono ai propri registi è invece facilmente praticabile quando si tratta di creature animate. Tanta è la domanda, tanto è il riscontro per cui non c’è alcuna volontà di frenare una fonte di introiti così alta. Yoshiura Yasuhiro poi, tra i vari registi, è uno di quelli disposto a immergersi negli abissi della produzione. Lo Studio Rikka fu fondato proprio per completare la produzione degli episodi della web series The Time of Eve, che fu trasmessa anche da MTV Italia, nota già per esser sensibile alle suggestioni dell’animazione giapponese. Quei sei frammenti di storia, una volta riuniti, servirono da spina dorsale per quello che è nominalmente il primo lungometraggio del regista.

A tutti gli effetti è però Patema Inverted il vero e proprio esordio sul lungo, concepito proprio per essere tale e atteso sin dall’annuncio dagli estimatori di Yoshiura.E le attese non sono state deluse per l’autore per quella perla di media lunghezza che era Pale Cocoon. Alla domanda verso il giovane talento di dare segno di potersi iscrivere nella lista dei grandi nomi dell’animazione, arrivano diverse risposte affermative e convincenti. Al gran maestro Miyazaki Hayao succedettero le suggestioni della generazione successiva, quella di Oshii Mamoru, parzialmente Anno Hideaki; poi a seguire la breve e tragica parabola di Kon Satoshi, mentre più recentemente si è fatto un gran parlare di Shinkai Makoto. Almeno di lui si dice come di quel nome che possa mettere d’accordo unanimemente cinefili e appassionati di animazione. Ma è qui che si inserisce allora Yoshiura, perché da una parte la vicinanza di temi, il carattere fortemente emotivo delle loro opere li accomuna, dall’altra l’approccio stilistico è decisamente vicino.

La prima cosa è spiegabile con la vicinanza anagrafica dei due, che li rende inclini a trattare certe tematiche emotive muovendo determinate leve. Oltre tutto non è nemmeno questa grossa novità, soprattutto l’applicazione nella fantascienza, che vanta illustri precedenti. Se Shinkai applica, più o meno volontariamente, strumenti e metodologie di quello che a occidente viene inteso, ma anche spesso frainteso, come realismo magico, Yoshiura lavora di fino in ambientazioni scientifiche con simile levità di toni. Quei modi sono gli stessi che tanta fantascienza, a tutti gli effetti “sentimentale”, aveva usato anni prima in Giappone, come in La Ragazza che Saltava nel Tempo, racconto di Tsutsui Yasutaka risalente al remoto 1967, ma che ha riacquistato recente notorietà grazie all’adattamento animato di Hosoda Mamoru. Non sono allora territori sconosciuti quelli che vengono esplorati, ma piuttosto un ambiente noto, in cui questi nuovi autori sono cresciuti e di conseguenza concepiscono le loro opere.
Lo stesso approccio stilistico è la diretta evoluzione di un approccio consolidato delle precedenti generazioni. La voluta replica di meccanismi della ripresa dal vivo, come il giocare con la messa a fuoco, la profondità di campo e l’esposizione sono cose che sperimentò già Oshii nel secondo dei suoi lunghi dedicati a Patlabor (1993). Non era vezzo del regista, come chiarito a più riprese nelle interviste, ma la volontà di cercare il fotorealismo imitando la ripresa fotografica. I risvolti psicologici innati che si scatenano nella mente dello spettatore sono facilmente intuibili. Non è un caso che lo si chiami genio, non è un caso che chi voleva fare cyberpunk o fantascienza studiasse a memoria certi suoi lavori. E prima di arrivare a Yoshiura nel bel mezzo ci sono stati nomi purtroppo sottovalutati dalle nostre parti, dove gli anime si amano e si studiano, ma si finisce spesso nell’analizzare tutto come banali metafore nel migliore dei casi e in superflue derive nell’analisi socio-antropologica.

La distopia immaginata da Yoshiura fa anche tornare alla mente il sentimentalissimo Haibane Renmei di ABe Yoshitoshi, il grande nome del fumetto underground giapponese, ancora oggi più a suo agio nel pubblicare doujinshi che manga presso editori, oppure quell’altro capolavoro misconosciuto di fantascienza emotiva che è Yokohama Kaidashi Kikou. Anche le scelte fatte in character design da Mataga Daisuke sembrano guardare indietro a queste vecchie opere, come alla spaurita protagonista di Serial Experiments Lain, sempre esteticamente concepita da ABe. Certo il mondo di Patema Inverted non è una dimensione fantastica e parallela, ma un mondo del futuro in cui un esperimento scientifico predisposto per risolvere le esigenze energetiche, ha fatto sì che molta gente venisse letteralmente inghiottita dal cielo. Per questo ai sopravvissuti abitanti di Aiga viene intimato nelle scuole di guardare il cielo e il protagonista Age viene redarguito perché non rispetta questi precetti. Proprio lui è osservato speciale, visto che il padre morì nello sciocco tentativo di volare in questa nuova epoca di terrore e fu risucchiato dal cielo. Un giorno però si imbatte in Patema, una dei discendenti dei sopravvissuti all’incidente originario, ma che ebbero irrimediabilmente invertito il concetto di gravità e la cui esistenza viene nascosta dai tirannici governanti di Aiga. Vivere in superficie vuol dire per loro mettere continuamente a repentaglio la vita rischiando di cadere nel cielo.

La trama diventa giustamente accessoria viste le premesse, che permettono di innescare riflessioni naturali sui punti di vista tra mondi inversi e sul loro punto di incontro. Diventa accessoria perché Age e Patema hanno il giusto peso che permette loro di rimanere ancorati al terreno con un abbraccio. La coerenza narrativa si convoglia in artificio visivo, l’artificio visivo si convoglia nell’esplosiva potenza emotiva di questa immagine di due giovani abbracciati, aggrappati l’uno all’altro. E potente è l’immaginario di questo giovane regista, classe ’80, così come la sua consapevolezza. Lo stile è diretta evoluzione del suo Pale Cocoon, con i protagonisti che cercano di aggrapparsi alla loro umanità rovistando nella memoria e nel passato del mondo in rovina in cui vivono, da cui non è un caso l’ossessione visiva per i giochi di luce con il pulviscolo. La particolare natura della storia poi permette lo straniamento dello spettatore lungo prospettive inusitate, che vanno ben al di là di quei riverberi di luce, di quei flare che non lo renderebbero distante dal già citato Shinkai. Se il cinema di questi sembra talvolta una trasposizione animata dei vezzi di un Iwai Shunji, con tutto il loro carico di difetti e prevedibilità, quello di Yoshiura è meno ammalato di barocchismo, piuttosto è alla ricerca della semplicità, che è cosa fondamentale per un autore, ancora in cerca della definizione dei suoi stilemi, e che ne ha ancora tanta di strada da fare per essere messo vicino ai nomi precedentemente citati. La compiutezza di Patema Inverted è un ottimo indizio di un radioso futuro al quale si richiede giusto un’evoluzione, una fuga dal confortevole nido del racconto adolescenziale, una volta raggiunta l’auspicata maturità.

CONDIVIDI: