Peacock

Voto dell'autore: 3/5
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Nell’anno in cui il cinema cinese ha dimostrato il coraggio di andare contro le censure, la tendenza a rinnovarsi e a proporre un cinema vitale, competitivo, personale, turba un pò il fatto che a ricevere il primo premio del pubblico alla settima edizione del Far East Film Festival di Udine sia stato proprio questo film. Di fronte a percorsi filmici coraggiosi e spesso riusciti come A World Without Thieves, Suffocation, The Last Level il pubblico premia quello che rientra nello stereotipo classico del film cinese; accademico, lungo, lento, talvolta noioso e volto a mostrare una realtà anacronistica povera, rurale, in perenne difficoltà sociale, meglio se gravata da valori sociali discutibili e di accenni ad una situazione politica locale precaria. Come se il cinema cinese debba essere sempre quello dei vecchi Zhang Yimou prima della svolta aerea. Così per i cinesi come per i giapponese che invece DEVONO produrre film colorati e folli di derivazione anime (appunto, Kamikaze Girl, secondo premio). Allo stesso modo non partecipando (da sempre) a questo gioco, il cinema di Hong Kong rimane fuori cacciato da un pubblico che cerca sempre più un immaginario codificato cui è abituato (dicesi Hollywoodiamo) o assai simile, cercandolo nel posto più sbagliato -il Far East Film Festival- da sempre teso a mostrare una sfilata di produzioni fresche, innovative, sperimentali, competitive, fortemente radicate al territorio di produzione.
Torniamo al film, un affresco fisso e quasi documentarista su una famiglia immersa nella propria realtà rurale. Tre storie, una per ogni fratello si intrecciano, evolvono, snodano nel tempo, con calma e seguendo un controllato percorso narrativo svolto negli anni. Il film è però esente da ogni forma di coinvolgimento emotivo. A rafforzare questo allontanamento forzato dello spettatore dagli eventi in corso è la totale assenza di primi piani e dettagli. L’inquadratura non stringe mai oltre lo stomaco dell’attore riprendendo la sequenza sempre dall’esterno e da debita distanza. Così lo spettare diventa elemento distante e passivo, quasi un fantasma (come in The Others) costretto a camminare a fianco dei protagonisti senza mai però poterli incontrare realmente. Fortunatamente l’impianto del film non è teatrale e una narrazione prettamente cinematografica riesce a far trascorrere le due ore con una certa discrezione, mentre il film regala alcune inquadrature molto intense permeate da un’ottima fotografia. Ne esce un film intenso ma discutibile nella propria ostentata tendenza estetizzante. Film d’esordio di Gu Changwei, famosissimo direttore della fotografia di film della quinta generazione dei registi cinesi.

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