Peppermint Candy

Voto dell'autore: 5/5
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Peppermint CandyL’anomala struttura narrativa del secondo film di Lee Chang-dong, complessa, ma mai di difficile ricostruzione o comprensione, procede all’indietro, innescando nello spettatore una serie di deja-vu e di collegamenti istintivi con quanto visto in precedenza, ma accaduto successivamente. I diversi blocchi temporali (dal 1999 al 1979) sono tenuti separati da una scena che fa da paratia tra i vari momenti storici e che ricorre ad ogni cambio di sequenza. Si tratta di un virtuosismo registico: la vista dalla coda di un treno montata al contrario, un’illusione di andare in avanti che evoca sì il movimento a ritroso nel tempo, ma che si collega anche alla fine del protagonista, come se il regista ci mettesse a forza nella scomoda situazione di guidare il treno che, nelle prime scene, gli farà da giustiziere.

Risalendo in senso inverso fino alla giovinezza di Young-ho, ritroviamo, alla fine del film, la sua purezza, ma anche un embrionale disagio verso la vita sociale e, forse, anche verso la vita stessa. Un disagio che lo porterà a rinnegare i propri desideri e a fare deliberatamente del male alla donna che ama, allontanandola per sempre.

È straordinario il livello raggiunto da tutte le componenti tecniche del film, dalle luci alla scenografia, alla musica, ma è soprattutto straordinario Sol Kyung-gu, largamente convincente che si tratti di esprimere sconforto, disperazione, rabbia, paura o timidezza, o di traghettare lo spettatore dentro l’imperscrutabile mondo di un uomo alla deriva.

Le caramelle richiamate dal titolo – che, pare, siano un classico in Corea, da come mi è capitato di notare anche in altri film – si caricano nel capolavoro di Lee di una interessante valenza simbolica: il ricordo. Regalarle significa lasciare all’altro qualcosa di sé o immoratalare un momento della propria vita; distruggerle vuol dire rovinare, inquinare il proprio passato e con esso il proprio bagaglio emotivo, ecc.

Tramite il filo conduttore-pretesto della vita burrascosa di Young-ho passiamo attraverso le varie, tumultuose fasi della recente e travagliata storia del Paese. Memorabile la scena in cui egli abbandona la sua innocenza una volta per tutte adottando i metodi violenti di un poliziotto del regime dittatoriale. Ma da quegli anni bui, fatti di coprifuoco e mobilitazioni studentesche, si passa a quelli del rampantismo e della crisi economica, per giungere alla fine del secolo, in un’epoca dove non c’è posto per i disadattati e i falliti, dove a un quarantenne non resta altro da fare se non rimpiangere il passato (la compagnia che si ritrova dopo vent’anni con il karaoke in riva al fiume Han) o rinnegare tutto e cercare un nuovo inizio. O la fine.

L’impressionante affresco generazionale dipinto da Lee si avvale di un solo individuo, di una vita che ha intrapreso svolte completamente sbagliate, ma gli fa impersonare l’evoluzione di un’intero popolo, dandoci non soltanto l’idea di cosa significasse (soprav)vivere durante quei determinati momenti storici, ma anche della cifra registica di un grande cineasta tanto importante per la critica e tanto amato dal pubblico.

Galleria posters:

Lee Chang-dong, prima scrittore poi assistente regista, ha girato tre magnifici film per dedicarsi infine a tempo pieno all’attività politica. Ha ricoperto la carica di Ministro della Cultura per un anno e mezzo, ponendo fine con le dimissioni al suo mandato.

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