Pietà

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Pieta di Kim Ki-dukDopo due lavori rigorosamente teorici e personalissimi come Arirang e Amen, Kim Ki-duk torna a scrivere e dirigere giusto in tempo per farsi selezionare in concorso alla 69esima Mostra del Cinema di Venezia. Fioccano le polemiche in patria. Effettivamente, il contenuto controverso di questo Pieta non può che scatenare le più svariate reazioni. Kim firma un’opera feroce, carica di quella violenza accecante e disperata che ha segnato alcuni dei suoi film più belli e importanti (Bad Guy, L’Isola). Pieta apre immediatamente sull’orrore che permea la vicenda. Cardine di tutta la storia, quel gancio che penzola dal soffitto spaventa per il dolore che suggerisce. Prima ancora di mostrarci chi saranno i protagonisti, Kim spiega, a modo suo, che cosa stiamo per vedere. Pieta concede meno il fianco ad interpretazioni strettamente legate ad astrazioni e simbolismi. Anzi, è decisamente lineare e trasparente. Lo sfondo religioso è evidente, non va ricercato dietro chissà quali metafore. Il legame intenso che si stringe fra i due protagonisti è lì alla portata di tutti, non c’è niente di nascosto. Insomma, da questo punto di vista Pieta può essere letto come uno dei film più facili della carriera del regista coreano. La violenza e la durezza dell’intreccio, tuttavia, smentiscono questa tesi. Fin dai primi minuti la sensibilità dello spettatore è messa a dura prova.

Il giovane aguzzino incaricato dal suo capo strozzino di riscuotere i debiti non mostra un briciolo di pietà per i poveracci che va a trovare ogni giorno. Abusa di loro anche quando non sembrerebbe necessario. La donna che lo segue e vuole convincerlo di essere sua madre è disposta a tutto pur di stare con lui. A tutto.

Chi aveva tacciato di misoginia il cineasta troverà anche qui da ridire. Eppure, come sempre nei suoi titoli più riusciti, dietro al muro di violenza c’è una fortissima emozione. In Pieta, il sentimento d’amore buca lo schermo. I pianti della enorme Cho Min-soo sono strazianti, fanno male più di tutti i colpi inflitti ai corpi delle vittime. Spezzano perfino la scorza del crudele Lee Jung-jin, che rimette in discussione le sue azioni e il suo futuro. La prova di Cho Min-soo è maiuscola. Il volto le si dipinge di maschere d’amore, di pietà, di gioia, di dolore, di odio e altro ancora. Il tutto con grande naturalezza ed eleganza, grande immedesimazione. Lo sviluppo degli eventi può portare ad associare Pieta ai lavori di un altro immenso talento coreano: Park Chan-wook. Il confronto diretto magari vedrebbe l’autore di Lady Vengeance vincitore, ma Kim ha tutto il talento necessario per marchiare a fuoco ogni immagine con la sua firma. L’uso della camera a mano è intelligente. Ci sono un paio di zoom repentini sui volti dei protagonisti che si stampano sulla retina di chi guarda. Come se la macchina da presa singhiozzasse. Un gesto piccolo, quasi impercettibile, dietro cui si cela un regista sempre più sicuro di cosa sta facendo. Le inquadrature insistenti su macchinari da artigiano e da operaio che diventano impietosi strumenti di tortura, sulla miseria che ogni personaggio non riesce a togliersi di dosso, stringono come una morsa lo sguardo dello spettatore. Vuoi perché girato in tempi ridotti, vuoi più probabilmente per abile scelta stilistica, i pochi ambienti che vediamo in Pieta si somigliano tutti e da ognuno non c’è scampo. Lo stesso protagonista è intrappolato, lui più di noi.
Pieta segna un gran ritorno per Kim Ki-duk. In barba alle critiche prevedibili sulla facciata ruvida, questo lungometraggio riuscito denota una ritrovata lucidità nella mente di Kim. Inutile aggiungere che lo conferma un cineasta unico fra i suoi contemporanei.

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