Police Story 2013

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Il Police Story del 2013 ennesimo capitolo (il sesto) di una gloriosa saga iniziata nel 1985 e i cui primi due capitoli hanno fatto la storia del cinema di Hong Kong è l’ennesima scommessa nella carriera di Jackie Chan. La rivoluzione copernicana è nel tenere parzialmente da parte l’azione e di attenersi ad un film maggiormente di scrittura, di ritmo e tensione sprofondato per la maggior parte delle metrica in un’unità di luogo. Una fuga quindi dal cinema originario di quel decennio in cui esordì la saga quando i film era fatti di sensi e stimoli primari e poco di ragionata costruzione narrativa. E la premessa -ormai poco originale ma sempre funzionale- di un Jackie Chan che esordisce come vecchio, stanco e alcoolizzato, finanche suicida (il film inizia con la morte del protagonista in questione) può ragionevolmente evocare una buona prova. Ma il problema del film è a monte ed è di nuovo in una tripletta di compromessi di fronte a cui Chan deve far fronte e da cui paradossalmente non può uscire.
Chan è stato ed è un eroe positivo, nella vita come nei film e non può sporcare la propria immagine in virtù della riuscita di un’opera più oscura e luttuosa. Così i suoi film che devono comunque sempre essere per un pubblico di massa, inclusi i bambini, e mediamente morali. In un cinema più ludico come gli Armour of God può funzionare, in un poliziesco sulla carta spigoloso, no.
Il pubblico e il mercato cinese. Seppur il mercato si stia aprendo anche a livello di libertà stilistiche e narrative sembra ancora che molti film cerchino preventivamente di ripulirsi per non incorrere in eventuali problemi. Ecco che così nel film non c’è reale violenza, non ci sono sconfitti né cattivi monotonici, né poliziotti con zone d’ombra e in cui gli unici personaggi subdoli sono persone immigrate dal sud est asiatico.
Terzo, il 3D; mentre i primi due elementi nuocevano alla partitura narrativa, questo a quella visiva. Il film è prodotto in un digitale freddo e quasi televisivo con tantissima luce e colori che gli donano un’aura artificiosa e poco cinematografica, abbassando quel poco di tensione e di fascino che il film poteva ricevere da scelte altre, in questo senso.

Il poliziotto Zhong Wen (Jackie Chan) si reca in una discoteca alla moda alla ricerca di sua figlia, ma insieme ad altre persone è rapito e segregato da un criminale i cui reali scopi sembrano ignoti. Un lungo gioco ad incastri e di flashback rivelerà la presenza di un trauma passato che sembra dover essere pagato con il sangue.

Oggetto piacevole, purtroppo non riesce ad emergere da un limbo inoffensivo e patinato in cui è sprofondato e seppur ricco di spunti si rivela forse come l’episodio più debole della saga.
Curiosità: il finale sui binari assomiglia incredibilmente a quello del film coreano, sempre del 2013, Cold Eyes, che era a sua volta remake di un film di Hong Kong.

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