Pontianak

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PontianakDopo il fanta-storico La Principessa del Monte Ledang, la Malesia ritorna in Italia (dopo il Festival del Cinema di Venezia 2004) questa volta con un horror, Pontianak. Il Pontianak è una figura tradizionale della cultura malese che può essere considerato come una via di mezzo tra un vampiro ed un fantasma. Tuttavia il Pontianak non è uno spirito semplice, ma un parassita, che quindi entra nel corpo di qualcuno e prende le sue fattezze per compiere vendetta o concludere ciò che era stato interrotto.

Questa volta il Pontianak è uno spirito abbastanza recente, quello di una bellissima danzatrice vissuta negli anni venti, Meriam che, desiderata da un uomo del suo stesso villaggio, Marsani, viene da questo accidentalmente uccisa nello stesso momento in cui il marito muore durante un viaggio di lavoro.
L’assassino involontario, continua quindi a vivere, nel desiderio insaziabile della donna perduta, tuttavia impossessandosi anche di tutti i suoi averi, poiché la famiglia non aveva parenti e Marsani risultava essere l’amico più prossimo.
Tuttavia Meriam è stata uccisa quasi a termine della gravidanza e la bimba nata darà alla luce Maria, molto simile alla nonna e con la stessa predisposizione alla danza. Il suo compito, posseduta dal Pontianak di Meriam, sarà quello di riavere ciò che le è stato sottratto e che le spetta di diritto.

La storia, alla fine, è molto semplice, di assassinio passionale e di vendetta. Altrettanto semplice è la recitazione degli attori, forse troppo teatrale, per essere un’opera cinematografica. Tuttavia seppure le scenografie e le atmosfere risultano essere molto belle, il ritmo narrativo è quasi insostenibile, soprattutto se si considera che gli horror, generalmente, dovrebbero avere un ritmo abbastanza pressante.
È questo forse il punto dolente di questa pellicola, forse parzialmente giustificabile con il fatto che ci troviamo davanti all’opera di una cinematografia attualmente “laterale”. La Principessa del Monte Ledang, infatti, nella sua maestosità era una storia raccontata molto bene e i tempi morti si affiancavano a scene di grande pathos ed ansia che tendevano ad equilibrarsi tra loro. Qui invece è tutto incredibilmente lento, la narrazione, l’azione e soprattutto le passioni dei protagonisti che invece di essere violente ed intense, sembrano quasi il racconto di una terza persona, che vi ha assistito e tende a spiegarle.
Crediamo che se il film fosse durato mezz’ora in meno, l’effetto sarebbe differente. In fondo una cosa bisogna ammetterla: se si vuole fare un horror bisogna avere il senso del ritmo esatto. Qui, invece, latita.

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