Pridyider

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Seguiamo con interesse Rico Maria Ilarde da praticamente gli esordi perché nella sua idea di cinema, spesso povera e indipendente, abbiamo sempre visto una personalità e una visione del mondo abbastanza unica che lo distaccavano vistosamente dai colleghi autori delle infinite sovraproduzioni horror spesso pessime e anonime delle cinematografie “minori” dell’Asia, dalle Filippine passando per l’Indonesia. Raramente si è calato nei classici filoni alla moda ma si è mosso sempre in una visione dell’horror trasversale al folkoristico, pulp e gore in un’accezione vagamente occidentale del termine. Cinema altalenante, certo, e per un pittoresco Woman of Mud e i più normalizzati Altar e Villa Estrella ci aveva regalato un Beneath the Cogon tutto sommato robusto, penalizzato solo dal basso budget ma nobilizzato da rigore e mano capace, in uno strano mélange di orrore, noir e polvere. Giunto alla Regal Film, una major, riesce ad ottenere finalmente i mezzi adatti per mostrare il proprio talento dietro la macchina da presa senza troppi limiti e con strumenti adeguati.

Ilarde aveva già lavorato su “oggetti” anomali e posseduti come in Aquarium, folle episodio dell’ottavo capitolo della storica saga horror filippina Shake, Rattle & Roll (2006). Questa volta invece prende un episodio del primo capitolo (1984) della stessa diretto allora da Ishmael Bernal e ne produce un remake trasformandolo in lungometraggio.

In questo Pridyider, una ragazza dagli Stati Uniti torna nelle Filippine, nella vecchia casa dei suoi genitori di cui non sa nulla. Presto si accorgerà che il frigorifero della cucina è dotato di vita propria e ha una certa sete di sangue. Proprio così, un frigo assassino. Ma il tutto è svolto con un certo tatto, con alcuni effetti gore particolarmente ispirati (tentacoli e creature composte da pezzi anatomici in stile Stuart Gordon) e il suggestivo finale rimanda al gusto più gotico del regista. Alcune cadute ci sono senza dubbio ma tra titoli dello stesso genere e contesto questo brilla per originalità e buon senso dell’intrattenimento. In testa il regista riesce anche a citare, non sappiamo con quanta vena polemica, il cinema del collega Brillante Mendoza e il suo Kinatay – Massacro, premiatissimo film indipendente ultraviolento che mostra un’immagine del paese mediamente agghiacciante.

Nel confronto con il film originale ne esce bene; se quello di Bernal era più perturbante specie nella componente sessuale (mostrava inquietanti accoppiamenti, seppur pudici, tra donne e il suddetto frigorifero posseduto) questo è più pop e spinge più il pedale nella componente gore e sull’effettistica esplicita.

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