Princess Jellyfish

Voto dell'autore: 3/5
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Princess Jellyfish è un film così “carino” e “tenero” che non gli si può volere male, anche se alla fine gira a vuoto per più di due ore lavorando su tutti materiali già visti e abusati. L’unico elemento originale è in fin dei conti la mania della protagonista per le meduse, da cui il titolo.
Tratto da un fortunato manga, poi tradotto in anime e in mille cose come al solito è una regia di Yasuhiro Kawamura, regista anonimo ma dotato di tatto, abituato a portare sul grande schermo film tratti da serie tv.
Fortunatamente la bellezza dei personaggi, il talento degli attori e ancora di più delle attrici riesce a portare avanti sulla lunga durata una storia già vista mille volte e che in fin dei conti non si distacca così tanto da Jolly Blue (Stefano Salvati, 1998), il nefasto film degli 883.

Un imprenditore pianifica una riqualifica urbana atta a radere al suolo un quartiere popolare per innalzare le solite porcate architettoniche in stile Le Mani sulla Città (Francesco Rosi, 1963). Ma nel bel mezzo del quartiere sorge un appartamento in cui convivono un nugolo di giovani ikkikomori ognuna dotata di una mania personale e accomunate da paranoie comuni tra cui l’allergia agli uomini, all’universo del fashion e alle folle che si muovono all’esterno. Ma il magnate ha due figli, uno, un travestito e l’altro un suo futuro erede ancora vergine. Entrambi entreranno in collisione con l’universo delle ragazze.

Tutta la seconda parte è una lotta per salvare l’edificio come in The Blues Brothers (John Landis, 1980) o All About Women (Tsui Hark, 2008) e le ragazze lo fanno organizzando una sfilata di moda di abiti a guisa di medusa.
Insomma, una robetta scema che si muove come Nana (Ohtani Kentarô, 2005) ma fortunatamente con un calore e un’anima macroscopicamente maggiore. A salvare la baracca sono di nuovo la brava e bellissima Rena Nounen, già vista in Confessions (Nakashima Tetsuya, 2010) e le sue compagne di viaggio. Alla fine il film si guarda (e sopporta) attaccandosi alla dolcezza dei personaggi, ai loro piccoli gesti e alla calda fotografia che li bacia con un candore tipico del cinema giapponese. O almeno di una parte di esso.

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