Promare

Voto dell'autore: 4/5
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Una produzione cinematografica necessita sempre di risorse di un certo livello e al contempo il mercato impone un “rientro” del budget investito. E il più delle volte questo assioma porta ad un alleggerimento di temi rispetto a prove più libere e radicali magari affrontate da un autore in altre forme, in precedenza. Da qui il quesito principale: Promare, come si pone rispetto al passato di Imaishi, rispetto alle serie tv, agli oav, ai corti, alle sigle, alle miniserie e al capolavoro di esordio Dead Leaves, specie dopo la fondazione di una propria factory, la Trigger?

Molto bene.

Imaishi, dirada l’oscurità di Dead Leaves e la invade di una palette cromatica fluo, mantiene il kawai di Kill La Kill e Space Patrol Luluco, conserva l’epica gigantista di Tengen Toppa Gurren Lagann.

“Sembra” allentare anche la sua poetica nichilista e sovversiva; la popolazione umana, un tempo riprodotta tramite una copia/incolla di volti tutti uguali, retaggio di una globalizzazione selvaggia e annichilente qui ha forma e carattere. Almeno apparentemente, visto che narrativamente faceva comodo un briciolo di presenza empatica nei confronti dell’umanità.

Ma sono apparenze, sono della cenere atta a coprire il fuoco (fucsia) che arde sotto. Quello di un’umanità razzista, traditrice, venduta, spietata, vigliacca, succube di “poteri forti” (in questo caso mai definizione fu più azzeccata) e di spietate forze di polizia fascista, combattute da una pittoresca caserma di pompieri; dal crollo delle torri gemelle, in poi, di paese in paese nei decenni, i pompieri si sono rivelati il corpo pubblico che ha raccolto più empatia e solidarietà da parte della popolazione, anche quella più attiva sul piano politico.

Il che si rivela ennesimo tratto di una narrazione che finge di essere esile e invisibile ma che radicandosi al presente su più temi anche non così scontati (terrorismo, carceri speciali, Guantánamo…) e avvicendando numerosi twist non sempre così prevedibili, riesce a conformarsi come scheletro fin troppo presente di un film il cui corpo è formato da ben altro.

Imaishi elimina il sesso, ci sono i personaggi stereotipati che richiamano altro, i colori acidi, e un concept noto, specie in Giappone, come quello dei “rescue heroes”, (ad esempio Super Rescue Solbrain e Special Rescue Police Winspector) in cui gli eroi formano un corpo di agenti atti a salvare le persone in situazioni a rischio e al contempo a combattere contro dei nemici con i mezzi di soccorso, avveniristici o meno, a loro disposizione; dai tokusatsu della Toei ai Tomica Hero Rescue Fire fino alla serie animata del 2019 Fire Force. Un cinema per giovanissimi, per bambini, apparentemente.

Cenere, dicevamo, un camouflage. Perché sotto arde il solito Imaishi, proprio quello spietato di Dead Leaves, quello furioso di OvalXOver, quello epilettico di Re: Cutie Honey con ovvi richiami stilistici a FLCL, Diebuster, e -ovviamente- Redline.

Un autore d’avanguardia furioso e unico che snocciola una storia spigolosa e spietata incartandola di zucchero filato. Due ore ininterrotte di pura furia futurista, musica, colori acidi e un continuo profluvio di stili grafici antitetici devastati da una potenza cinetica totalmente libera: animazione classica, digitale, bidimensionale, tridimensionale, disegni pittorici, tratti infantili, pastelli, super deformed, astratta, animazioni grandangolari, distorsioni prospettiche. E anche la tanto bistrattata animazione in cgi è utilizzata con gusto in maniera così volutamente discontinua da assumere la forma di rivendicata scelta stilistica.

A questa si somma una palette cromatica innovativa e arditissima che avvicenda verdi e fucsia fluo, a neri pieni espressionisti passando da bianco e nero a commistione tra tutto. E poi un universo narrato tagliente e perennemente spigoloso; anche gli elementi “aerei” assumono sembianze spigolose e geometriche. Il ghiaccio, l’acqua, il fuoco, il fumo, perfino i lens flares sono quadrati. Ma, che tornano (in maniera assolutamente geniale) magicamente “normali” e rotondi nel finale, a sottolineare che per riportare la pace nel mondo e la natura al suo posto serva un fuoco purificatore che prima cancelli e devasti tutto.

Rispetto al passato sono quasi invisibili le onomatopee grafiche dotate di vita propria e interattive con il contesto umano e scenografico, ma in parte c’è posto anche per quelle anche se in chiave più sobria.

Ma il punto di forza di Promare non è la storia, non sono le strabilianti tute dei “burnish”, i veicoli o gli ottimi mech, comunque derivativi dalle serie già citate, ma quando la regia di Imaishi decolla nel suo flusso di coscienza furibondo che sottende le sequenze d’azione. Qui il regista si rivela uno dei talenti viventi più interessanti del cinema contemporaneo, unico capace di veicolare e gestire uno spettacolo così frastagliato e complesso.

Due ore di ininterrotta deframmentazione visiva ardita e d’essai percossa da partiture audio acute, quasi un trauma fisico per i sensi, devastati da un continuum percussivo audiovisivo.

Il film si rivela così opera unica e inarrivata, forse l’oggetto d’animazione da sala più ardito da Redline, sorpassa sulla terza corsia Spider-Man: Into the Spider-Verse che in confronto a questo pare viaggiare su quella di emergenza e spicca come oggetto rivoluzionario, unico e totalmente innovativo.

Promare è il film di sunto di 15 anni di carriera del regista, si rivela il film che i futuristi degli anni 10 non riuscirono mai a fare (ma di cui sarebbero entusiasti) e Imaishi si incarna come l’Eisenstein del nuovo millennio.

Promare non è un film d’animazione. Promare è fulcro di nuove avanguardie storiche. E siamo fortunati a poterle vivere in diretta anziché leggerle nei libri.

Imperdibile.

 

Edit: Del film esistono due buoni cortometraggi prequel basati sulla figura dei personaggi di Galo e Lio.

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