The Protector 2

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TYG2Poster-1Già The Protector – La Legge del Muay Thai non era un film molto compiuto, ma era un periodo in cui gli occhi erano tutti concentrati verso i mirabolanti eccessi del cinema thailandese, che sfornava talenti e atleti spericolati come nella migliore Hong Kong del passato e sbocciava nella propria new wave. E poi c’era un monumentale piano sequenza che sarebbe diventato la medaglia al valore di Tony Jaa. Nonostante il vuoto intorno. E invece?
Invece in questo film Jaa si perde di nuovo l’elefante, scelta talmente forzata da provocare anche una ovvia battuta diegetica della spalla comica Petchtai Wongkamlao, attore già presente nel primo film.

Narrate le vicende di un nucleo di malviventi capitanati da Mr. LC (nientemeno che il rapper RZA, quello di L’Uomo con i Pugni di Ferro), criminale che assolda combattenti caratterizzati da un numero decrescente a seconda delle proprie abilità marziali e che sta attentando alla stabilità del paese; vuole imbottire l’elefante di dinamite per uccidere due leader durante la firma di un trattato di stabilità.

E’ un film di star questo e nient’altro; RZA, Tony Jaa, la Rhatha Phongam di Only God Forgives, il talentuoso Marrese Crump e la starlette delle arti marziali locali, Yanin “Jeeja” Vismistananda (Chocolate). Tutti nomi con un certo richiamo internazionale. E poi la reunion dell’attore, del regista  Prachya Pinkaew (Chocolate) e del coreografo Panna Rittikrai (Ong Bak 2 – La Nascita del Dragone, Chocolate).  Ma Jaa è ormai una star che non può permettersi di rischiare (tant’è che è nel cast del nuovo Fast & Furious) e Jeeja Yanin è ormai mamma. Ed è anche un film in 3D.
Il risultato? Una sceneggiatura vacua, una regia banale e sgrammaticata, e -peggio- dei combattimenti poco incisivi e molto ripetitivi. Le star sono spesso controfigurate o poste davanti ad un green screen, le coreografie non osano né aggiungono nulla ed il 3D si risolve in un continuo gettare oggetti verso lo spettatore e in pugni e calci verso la macchina da presa. Il film non c’è, è materiale pessimo (per non parlare delle basse cadute verso mode urbane di riprese in soggettiva prodotte con camere agganciate in testa all’atleta con scarti qualitativi di resa amatoriale) e anche le attrattive del precedente capitolo e dei film affini sono del tutto evaporate, inglobate da tanti effetti digitali di pessima fattura. Va preso atto della apparente morte quasi totale del cinema Thailandese che perde anche uno dei generi più personali lasciando il campo a quello Indonesiano (v. The Raid) dove i combattimenti sono ancora dolorosi e talvolta pregiati da una dignitosa messa in scena e, quando va bene, da una spolverata di intreccio narrativo.
Purtroppo una monumentale delusione per lo spettatore, per i fans e per chi ama il cinema thailandese; un oggetto di cui si fa davvero fatica ad arrivare alla fine. In fin dei conti a cavarsela meglio nel gruppo è inaspettatamente proprio Marrese Crump che sfoggia diverse doti marziali degne di nota.

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