Protégé

Voto dell'autore: 4/5
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Protégé è degno rappresentante del nuovo cinema di Hong Kong post landover, un cinema più maturo ma al contempo più globalizzato; confezione lussuosa e patinata molto alla coreana, figlio al contempo sia dei nuovi noir ebbri di “scrittura” alla Infernal Affairs che di quelli più crepuscolari post Johnnie To. Ma a parte questi debiti del tutto marginali, Protégé è il ritorno, agognato, glorioso e riuscito, dopo il pessimo Drink Drank Drunk e il sopito 2 Young, di uno dei nomi più intriganti del cinema di Hong Kong contemporaneo, Derek Yee.
E’ vero che il film sfiora spesso le soglie del retorico, ma l’intero cinema di Yee è permeato di retorica che non è necessariamente un difetto soprattutto perché spesso –come in questo caso- funziona.
D’altronde siamo in un “melodramma poliziesco”, senza sequenze action, con due colpi in tutto sparati, nonostante i vari trailer circolanti del tutto scorretti che imitavano goffamente un’estetica alla Tony Scott.

Nick (Daniel Wu) è un poliziotto al servizio di un superiore (lo stesso regista Derek Yee) infiltrato in una gang di spacciatori capitanata da Jong (Andy Lau) boss carismatico ma di salute cagionevole, con turbolenta famiglia a carico. Il ragazzo compie alla perfezione il proprio dovere procurando alla polizia ottimo materiale per monitorare e successivamente bloccare il flusso di eroina proveniente dal triangolo d’oro. Ma Nick inizia ad avere delle crisi personali nel momento che si affeziona ad una vicina di casa, Jane (Zhang Jing Chu), tossicodipendente lasciata dal marito sola con una figlia piccola a carico.

La regia si muove sapiente e sempre calibrata, alternando momenti vivaci a placide carrellate. Il regista ha recuperato anche il senso del surreale che sembrava avere perso negli ultimi due lavori e inserisce a metà film una sequenza violenta e sconvolgente che sembra partorita da un film di Miike Takashi, improvvisa, inaspettata, incredibile.
L’elemento “droga” viene sviscerato in maniera assolutamente scientifica e didattica mostrando praticamente “tutto”, dalla produzione, al confezionamento fino al consumo proposto con atmosfere degne di un horror movie.
Inoltre il film accumula lo stato dell’arte degli attori di Hong Kong spingendoli in ruoli assolutamente coraggiosi a partire da Andy Lau che si cala con una partecipazione e un talento maturo in un ruolo scomodo;  negativo, invecchiato, brizzolato, malato e viscido. Convincente Daniel Wu con un’interpretazione in linea con quella di One Nite in Mongkok, bravissima e affascinante Zhang Jing Chu nei panni della tossicodipendente mentre Louis Koo nel ruolo di uno spietato drogato sfruttatore è riuscito con un coraggio invidiabile a deformare e sporcare il proprio corpo fino a risultare irriconoscibile.
Molto invecchiata e appesantita, ma sempre talentuosa una ritrovata Anita Yuen realmente in maternità, mentre di nuovo bisogna spendere due righe sullo straordinario talento di Liu Kai Chi nei panni di un violentissimo poliziotto, performance che fa il paio con quella incredibile di Sha Po Lang.
Un ottimo ritorno, un buon film assolutamente convincente e coinvolgente finanche commovente, che esplode in un finale straziante e potente come nella tradizione dei migliori film di Hong Kong. Produce Peter Chan (Going Home- Three).

Nota curiosa: il nome del personaggio interpretato da Zhang Jing Chu (Peacock, Seven Swords), Jane, è lo stesso della euforica ragazza protagonista di un altro film del regista, The Truth About Jane and Sam.

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