Province 77

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Province 77Bisognerebbe cercare di capire che cosa ha portato i produttori ed il regista alla realizzazione di questo film per poterne carpire al meglio l’essenza. Perchè forse – oltre al marcato didascalismo di fondo – c’è un messaggio più profondo o un significato intrinseco che, ad una prima visione, potrebbe non essere colto da uno spettatore culturalmente impreparato. Oppure, più semplicemente, Province 77 è davvero ciò che sembra: un triste ed interminabile spot – quasi due ore, esclusi i titoli di coda – che promuove la bontà d’animo, l’importanza dei buoni sentimenti e la solidità del nucleo familiare. Nulla di male in tutto questo, per carità, ma gli intenti sono esposti in maniera così puerile che l’insieme risulta a dir poco sfacciato e chiunque abbia visto più di un film in vita sua può capire sin dai primissimi minuti come la vicenda si svilupperà.

Siamo a Los Angeles, nell’enorme quartiere thailandese (rinominato dai suoi abitanti la “settantasettesima provincia” della Thailandia, per l’appunto), popolato esclusivamente da gente thailandese, che rispetta tradizioni strettamente thailandesi. Insomma, una vera e propria colonia con tanto di microcriminalità organizzata: ed è proprio all’interno di questo ambiente che si muove Pat, giovane sbandato con una spiccata attitudine ad infrangere le regole. Il suo boss, l’orribile (non solo caratterialmente) Goldie, lo prende sotto la sua ala protettiva e lo inserisce pian piano nel mondo del crimine, mentre la famiglia di Pat – che gestisce un ristorante tra mille difficoltà economiche – lo prega quotidianamente di evitare certe compagnie. Il problema è che in questa “provincia settantasette” non succede mai un tubo. Si passa il tempo nei locali a seguire le infinite conversazioni tra i teppistelli del luogo, ci sono un paio di inseguimenti, c’è una pseudo storia d’amore (che vede peraltro coinvolta, in un piccolo ruolo d’attrice, la prosperosa playmate Candice Michelle, ben conosciuta da chi segue il mondo del wrestling americano). Ma gli intenti intimisti e il realismo ricercato vanno irrimediabilmente a cozzare contro uno script incapace di regalare un qualsiasi momento forte che sia minimamente all’altezza del potenziale offerto dall’inedita ambientazione. E’ solo nella parte finale del film che il tutto comincia a farsi interessante, quando però la sensazione di vacuità accumulata nei precedenti centodieci minuti ha già preso il sopravvento privando di qualsiasi impatto emotivo il concitato epilogo. Comprensibilissimo, dopo due ore condite da patetismi familiari e moralismo spicciolo assortito. La cosa peggiore è che Province 77 assomiglia pericolosamente a uno di quei film USA con protagonisti i vari rapper di turno, i film dei vari Snoop Dogg, Ice Cube e DMX: l’assillante score composto da musica hip-hop, il tema della rivalsa e della redenzione del piccolo criminale di mezza tacca, i dialoghi pesantemente infarciti da epiteti che definire “coloriti” sarebbe un complimento (il film è recitato per gran parte della sua durata in inglese e c’è un abuso del termine “motherfucker” mai visto prima d’ora, qualcosa come una decina di volte al minuto), le luci, le macchine, l’estetica generalmente cool. E per ricollegarsi alla premessa, probabilmente è proprio ai piccoli rapper thailandesi abitanti nella Thai Town Losangelina che questo film è dedicato, una sorta di monito e di incitazione all’automiglioramento: non ci sarebbero altri motivi atti al giustificare la realizzazione e l’esistenza di un’opera così piatta, vuota ed artisticamente prossima allo zero. In una sola parola, sconsolante.

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