Pulse

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Dopo il suicidio di uno dei loro amici, un gruppo di giovani di Tokyo è testimone di una serie di strani avvenimenti. Uno di loro vede la forma dell’amico morto come un’ombra impressa sul muro, mentre il computer di un altro inizia ad accendersi da solo mandando strane immagini.

Recensire un film di Kurosawa Kiyoshi non è mai facile, la semplice etichetta di horror non può racchiudere l’immensa forza di questo film. Un dramma sulla solitudine questo è Kairo (il titolo giapponese con cui il film è meglio conosciuto tra i fans). Un film senza speranza dove l’uso della tecnologia amplifica il senso di angoscia. Pochi come lui hanno saputo cogliere la solitudine che si cela dietro la rete. Geniale l’uso della colonna sonora formata per lo più da rumori distorti (il vecchio rumore del  modem 56k è da brividi) una fotografia livida dai colori spenti crea un atmosfera angosciante degna del migliore Lynch.  “Siamo tutti condannati”, sembra dirci il regista, non esiste via di scampo, siamo prigionieri delle nostre paure. Kurosawa ci racconta di metropoli inospitali, fredde, fatiscenti che ci rimandano con la memoria al capolavoro Tetsuo, di persone intrappolate nei loro pc che sono il simbolo del disfacimento della società, si nascondono dietro freddi calcolatori credendo di conoscere il calore del mondo esterno, per poi scomparire nel silenzio più assoluto, dove non restano neanche più i corpi a memoria della loro esistenza, ma una semplice è banale macchia scura su di un muro.

“La morte è l’eterna solitudine”.

Questa frase racchiude tutta l’essenza del film, su questo Kurosawa si/ci interroga. Ovviamente non tutto fila liscio nella costruzione del film forse perché ci sono voluti ben sette anni per completarlo; infatti presenta alcuni “buchi” in fase di sceneggiatura, non tutto ci viene spiegato, molto viene lasciato alla nostra interpretazione. I difetti però vengono bilanciati da una messa in scena perfetta, memorabile tutto il crescendo apocalittico finale. Per concludere, parleremmo di un film non perfetto ma dalla forza visiva devastante; sul finale si avverte un senso di angoscia, vuoto, come  quello della protagonista il balia del mare, le sue parole risuonano ancora nella mente.

“La morte passerà su tutti noi, forse ora saremmo più felici se avessimo seguito gli altri… ma abbiamo scelto di continuare, di andare verso qualcosa che ancora si chiama futuro”.

 

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