R100

Voto dell'autore: 4/5
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Per chi scrive, Hitoshi Matsumoto è uno dei pochi registi viventi di cui valga davvero la pena guardare i film. Ogni suo nuovo titolo, fortunatamente prodotto con una certa frequenza (si parla di circa uno ogni due anni) non è solo un film, ma è un’esperienza, un test, una prova, un’applicazione, un labirinto, un oggetto totalmente nuovo, un ingenuo materiale di genere sommerso da un magistrale profluvio autoriale. Ogni film è una strada da cui in ogni istante ci si può aspettare di deragliare, in cui in ogni secondo può avvenire qualcosa di imprevisto e inenarrabile. Il regista, sorta di doppio artistico di Beat Takeshi, all’inizio aveva messo a disposizione dell’opera la propria carne e corpo, l’aveva rapidamente tolta nel terzo film, per poi riapparire timidamente in una sequenza di questo.
Se il primo geniale Big Man Japan era opera a sé stante (un mockumentary su un supereroe) questo R100 prosegue nella forma dei successivi Symbol e del capolavoro Scabbard Samurai, ovvero con una progressione episodica e a gioco di incastri reiterati al rilancio. Il tutto annegato in una funerea fotografia desaturata e virata color seppia. Morta. Il risultato è come al solito entusiasmante e perfettamente coerente con le aspettative qualitative e formali dello spettatore. Sono i titoli di testa a metà film e un subplot metafilmico ad innescare la miccia e a far subodorare un qualcosa di anomalo. Difatti quello che fino a quel momento era stato un perfetto e riconoscibile stile dell’autore d’improvviso vira in una incomprensibile e imprevedibile schifezza che evoca un mélange impazzito a metà strada tra un fiammeggiante Akira Kurosawa e un pop Hasebe Yasuharu. L’ironia diviene grottesco fino a sfociare nel surreale, i generi iniziano ad accavallarsi così come gli umori passando da melodramma a horror, da chanbara  a commedia.

E Matsumoto si avvicina con personalità al Takeshi Kitano della trilogia dell’autodistruzione utilizzando lo stesso film come rivendicazione metafilmica del senso narrativo dello stesso. Cosa c’è di più sadico, d’altronde, che essere un grande regista, offrire un nuovo film perfetto e poi distruggerlo a metà con compiacimento beffardo? E cosa c’è di più masochista di cercare il nuovo film del tuo regista preferito e vederlo che ti schiaffeggia lasciando a terra ogni tua aspettativa? La polisemia dell’opera è di imbarazzante potenza tale da evocare e alternare una moltitudine di piani stordenti.

Ma mentre Kitano si suicidava come sorta di rivendicazione di una direzione altra, per distaccarsi dal personaggio che si (e gli) era (stato) cucito addosso, prevalentemente di una fuga dai classici yakuza eiga che l’avevano reso famoso (specie in occidente) e la volontà di voler essere valutato in sé come regista e non solo relativamente ad un genere ormai meccanico, Matsumoto si immola per coerenza interna con il contenuto narrativo dell’opera presente.

Il titolo R100, fin dai trailer, rappresentava un vietato ai minori di 100 anni (annunciando il tema, il sesso, del nuovo film del regista). Ma nella narrazione interna è anche il centesimo ed ultimo film di un regista (il cui penultimo era stato Il Piccolo Principe) che dichiara che il suo stesso film è incomprensibile e può essere penetrato solo dopo i 100 anni. C’è quindi in lui quel piacere sadico di riuscire a produrre un film inguardabile da chiunque e comprensibile ai pochi. Questo nella narrativa interna dell’opera. All’esterno Matsumoto lavoro sullo stesso livello. Perché? Perché la storia del film narra di un uomo (Nao Omori, l’Ichi dell’Ichi the Killer di Miike), che si iscrive ad un club segreto, il “Bondage”, che dietro a regole ferree e inscindibili offre improvvise apparizioni di donne di ogni bellezza e foggia, ognuna esperta nell’arte del sesso sadomaso. Queste si palesano nei luoghi più improbabili offrendo al protagonista esperienze dolorose e indimenticabili, trascinandolo verso il piacere. Il regista quindi utilizza gli stessi strumenti della narrazione per conformare lo scheletro e la cute della propria opera rendendola come una creatura partorita dallo stesso club.

Perfetto il cast che offre Suzuki Matsuo (regista, tra l’altro, dello strabiliante Welcome to the Quiet Room) nei panni del direttore del club e una pletora di straordinarie attrici giapponesi che offrono ruoli sfaccettati alle varie mistress del Bondage, da Eriko Sato (Cutie Honey) alla fascinosa modella Ai Tominaga alla inquietante Katagiri Hairi. Il tutto annaffiato da una selezione musicale geniale e imprevedibile che spazia da Beethoven agli Plus-Tech Squeeze Box alternando musica classica e reggae senza soluzione di continuità.
R100 è un enigma più degli altri titoli precedenti con sprazzi Kubrickiani come in Symbol, che nasconde segreti e misteri tutti da decifrare (il subplot sui terremoti? La “B” del Bondage come di Beethoven?) e che offre dei finali di un’intensità e emotività di nuovo impressionanti. R100 è come una donna strizzata in un intimo di pelle nera che ti prende a calci nei testicoli. Il dolore può piacere o meno ma lei è oggettivamente bellissima. Sicuramente una delle più intense visioni del 2013 cinematografico.

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