R2B: Return to Base

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r2bLa vita scorre bene in Corea del Sud. Tutti sono giovani, belli (inclusa la superstar locale Rain) e un po’ trasgressivi, innamorati e accompagnati da belle pupe. Cavalcano mezzi dinamici, vivono in appartamenti lussuosi e lavorano in uffici lindi, utilizzano iPhone e sono pieni di buoni sentimenti. Dietro l’angolo invece c’è la Corea del Nord, dove sono tutti brutti e cattivi, solo uomini, cavalcano jeep mimetiche e vivono rintanati in bunker militari sotterranei cupi e scuri, usano vecchi telefoni a cornetta, sono gratuitamente violenti e pieni d’ira. Mai scherzare con la forza dell’aereonautica coreana perché poi l’ira divina si scaglierà con forza e linda tecnologia sul nemico rosso.

Sembra davvero il peggior film americano nazionalista e di propaganda, R2B. E degli anni ’80. Certo, il cinema coreano è sempre stato quello più vicino all’estetica e etica hollywoodiana di tutta l’Asia e forse è per questo che è maggiormente amato (e capito). Quando poi si parla di blockbusters di solito di fronte alla prova di forza dell’industria locale si sprofonda in una caporetto artistica totale, tranne quando viene messo un referenziato autore al timone del progetto (come in The Host). R2B è un’insopportabile operetta di propaganda militarista, gonfia di retorica e di tutte quelle marche semantiche tipicamente statunitensi che affliggono quel cinema come questo. Resta solo uno straordinario demo della competitività degli effetti speciali locali grazie ai quali gli aerei co-protagonisti del film compiono percorsi e movimenti sorprendenti. Peccato che intorno ci sia il nulla. “Non pervenuto” dalla fotografia che usa quelle silhouette al tramonto e quei controluce slavati alla Top Gun (stavolta il titolo di confronto non è tirato in ballo a caso, una volta tanto)  né, ed è più grave, dalla regia modesta che si impenna solo quando la troupe degli effetti speciali prende in mano il progetto.
R2B è un remake del film del 1963, Red Scarf, di Shin Sang-ok. Prescindibile.

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