Raigyo

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The Woman with the BlackUnderwearLa prefettura di Chiba è la penisola che verso Est fa da scudo a Tokyo dando forma alla celebre baia. Dotata dei soliti macroscopici numeri giapponesi, in termini di abitanti e dimensioni tali da spaventare tutte le regioni italiane, rimane pur sempre un posto a bassa densità di popolazione fatta eccezione di alcuni grandissimi conglomerati urbani. Uno scorcio del suo aspetto lo avrà avuto chiunque, atterrato nell’aeroporto di Narita, sito per l’appunto nella regione, si sia poi recato nella metropoli. Il passaggio dalla periferia alla modernissima e ipertecnologica realtà della grande area urbana della capitale è stridente: Un vero e proprio trauma, che ha da sempre fatto da retroterra a molti dei migliori lavori cinematografici degli anni ’90 e, che nel caso specifico di Zeze Takahisa, ha spesso funzionato da principio motore. D’altra parte è dai tempi della teoria del paesaggio, elaborata da Madachi Asao, che il territorio continua a modellare l’espressione cinematografica nel cinema nipponico.

Così Zeze scelse nei suoi primi lavori la periferia Sud-Ovest, attorno all’aeroporto di Haneda. In Raigyo punta invece verso Nord-Est, verso Narita per l’appunto, proseguendo per una buona cinquantina di chilometri dalle parti dove il fiume Tone va a morire nell’oceano. Partendo dall’onnipresenza delle acque si potrebbe stilare per lui, come per tanti altri cineasti del periodo, un vero e proprio dizionario delle ossessioni visive. Lo stesso dicasi del simbolismo espresso tramite i pesci, che finisce addirittura per invadere lo spazio del titolo di questo Pink Eiga. Sottotitolo dell’esplicito Kuroi Shitagi no Onna (黒い下着の女), la «donna dall’intimo nero», è Raigyo (雷魚) ovvero un pesce mostruoso con testa vagamente simile ad un serpente, che importato da Taiwan in Giappone è finito ad infestarne le acque. Certo definire questo oggetto un pinku è curioso, vista la totale assenza di erotismo del pochissimo minutaggio dedicato al sesso, e come nota Jasper Sharp nel suo fondamentale Behind the Pink Curtain si tratta di uno degli appartenenti al genere più costosi se contestualizzato al periodo. Venne effettivamente fuori nel 1997, ad appena una settimana di distanza da Kokkuri dello stesso regista e prodotto da una rinata Nikkatsu. Quello fu l’anno dello sdoganamento del regista verso un pubblico più ampio, sebbene l’esplosione vera e il successo non sono mai arrivati.

Kokkuri e Raigyo si riflettono l’uno nell’altro più volte. In buona parte grazie al cast tecnico, con le solite sceneggiature ad eventi apparentemente decorrelati che finiscono per convergere di Izuchi Kishû o le musiche del validissimo Yasukawa Goro, noto anche per le colonne sonore dei film coevi di Ishii Takashi. Differenza sostanziale è il diverso direttore della fotografia, che se in Kokkuri erano ben gestite dal bravo Ueno Shogo, qui portano la riconoscibilissima firma di Sato Koichi, probabilmente ad una delle vette della sua espressione artistica. L’altra buona parte condivisa dai due film sono i temi, dalla già citata ossessione con l’acqua scura e torbida a i paesaggi post-industriali pieni di detriti. Persino la protagonista che incrocia lo sguardo di una bambina proiezione della sua stessa infanzia ricorre in entrambi i film. E ovviamente i pesci. Se quelli di Kokkuri però erano pesci d’acquario più adatti a descrivere l’habitat dei complessi residenziali di Tokyo, qui ci sono i mostruosi e incommestibili Raigyo. Noti per essere divoratori di carni durante un certo periodo dell’anno, a causa di questo sono spesso portatori di vermi. Sono ovunque, disseminati durante la narrazione e persino martoriati, tanto da richiamare spesso alla memoria alcuni dei lavori più celebri di Kim Ki-duk come L’Isola, che chissà se si sia mai accorto di questa assonanza col cinema del suo collega giapponese.

Solo assonanze però, come giusto che sia, per due registi che provano a raccontare storie di donne condannate dal loro destino. Nel caso di Noriko, interpretata da una quasi silente Sakura Moe, la periferia e la malattia ci hanno dato giù di brutto. Scappa dall’ospedale per inseguire un misterioso uomo che si scoprirà essere il marito che l’ha abbandonata, ma il suo destino incrocia con quello di un uomo altrettanto spregevole che piuttosto di andare a trovare la moglie partoriente preferisce tradirla con la prima a caso. Non c’è speranza di redenzione per Noriko, che anche quando incontra un uomo che la salva a suo modo dalla disfatta totale, si trova a doversi confrontare con i suoi irreparabili errori. Il ciclo del saṃsāra, così caro a Zeze e al suo sceneggiatore, continua a scorrere senza badare affatto alla loro continua morte e rinascita. Ad aggravare il carico c’è una società dove la figura femminile, o forse sarebbe meglio dire il corpo, viene relegata ai bordi quando non serve più. Lo smarrimento della singola individualità può diventare abnorme in questo caos di impulsi. Magari è questo a far sì che quella persona possa arrivare a commettere atrocità e magari è per questo che la storia è ispirata a fatti realmente accaduti.

Materiale promozionale.

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