Railroad Tigers

Voto dell'autore: 3/5
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Periodo decisamente prolifico per Jackie Chan che ha recitato in un robusto numero di film con il risultato di una loro uscita a distanza ravvicinata, evento atipico visto che essendo esegeta dello star system, ogni suo titolo è sempre visto in patria come un evento. In pochi mesi sono usciti il successo macroscopico di Kung Fu Yoga e questo meno fortunato Railroad Tigers. Che nonostante sia un film abbastanza esile è comunque esponenzialmente migliore dell’altro citato e abbastanza anomalo in alcune parti della sua partitura, specie quella narrativa.
Railroad Tigers infatti, come contesto narrativo mette di nuovo in scena l’occupazione giapponese, battute di grana grossa tipicamente cantonese e molta scemenza generica. Su questa base insopportabile e nota che offre anche una parte centrale davvero difficilmente superabile il film però mostra alcune invenzioni degne di nota. Perché se da una parte è il classico film retorico, con il bambino testimone del passato della patria (ma senza l’eleganza emotiva di The Taking of Tiger Mountain), i giapponesi cattivissimi e i cinesi resistenti eroi, al contempo si “contraddice” facendo morire in maniera perpetuamente cruenta e dolorosa tutti i personaggi ma con un attitudine comunque da barzelletta.

Un attimo fanno la battuta, l’attimo dopo la continuano morendo nel peggiore dei modi, specie tutti i soldati giapponesi. L’effetto finale è parzialmente perturbante e inedito in effetti, in un cinema, quello dell’universo di Jackie Chan il più delle volte inoffensivo, come in parte lo è anche questo film.

Va poi notato come Chan eviti di infilarsi nell’ennesimo lavoro di arti marziali fuori tempo massimo e offra pochissime sequenze funamboliche tra atleti, meno fisiche ma sicuramente più riuscite della sua media del periodo. Anche perché il film in realtà è un glorioso action eccessivo che svolge quasi per intero l’azione, che occupa buona parte del film, all’interno e esterno di treni in corsa, da piccoli assalti, fino a sequenze eccessive che includono tank, vagoni che esplodono e collidono in un giustapporsi di invenzioni funamboliche eccessive raramente viste al cinema. Non più esseri umani a battersi, ma i treni stessi diventano sorta di sostituto meccanico del combattente. Molto digitale ma anche molti effetti classici e modellini in scala come rivelato durante i titoli di coda.

Sono tutte queste invenzioni a pregiare il film e a porlo alcuni gradini sopra quel cinema di Chan ormai ripetitivo e tutto uguale. Merito anche del regista Ding Sheng che già aveva diretto Chan in alcuni titoli più o meno originali (Little Big Soldier, Police Story 2013) e che mostra il polso e la tendenza a reinventare e reinventarsi. E che regala un’ultima scena con una comparsa speciale inaspettata e a sorpresa.
Il personaggio interpretato da Chan infine, anche se in un contesto storico diverso, assomiglia vistosamente all’eroe rivoluzionario realmente esistito Dong Chun-rui, specie per il suo epilogo glorioso e malinconico.

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