Rampant

Voto dell'autore: 2/5
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Rampant è un inusuale “zombie movie” coreano in costume, ad alto budget, diretto da Kim Sung-hoon.

La prima cosa che balza all’occhio è che nonostante dinamiche e cliché, le creature messe in scena in realtà non siano zombie nell’accezione classica del termine (dovendo fare dei paragoni essenziali somigliano più ai “nostri” Demoni di Lamberto Bava).

Il contagio passa attraverso il morso, hanno occhi bianchi ma anche zanne, si abbattono con la perforazione del cuore o la distruzione del cranio, sono allergici alla luce del sole e sono attratti dai rumori. E poi camminano, alcuni corrono, alcuni strisciano tipo serpi, altri “svolazzano” e si arrampicano, alcuni si muovono in maniera disarticolata, senza soluzione di continuità. E anche le reazioni degli umani alla loro presenza è il più delle volte totalmente irrazionale.

Insomma, è tutto un po’ evocato a caso come in tanti film girati per il video con budget ridicoli, ma appoggiato sopra a due ore estenuanti di intreccio narrativo privo di ogni originalità e inventiva.

A fare la differenza è solo il budget che fornisce una resa produttiva di altissimo livello. Peccato che come per tanto, tantissimo cinema coreano medio ci si trovi di fronte di nuovo ad una sorta di film americano privo però del ritmo e rigore del corrispettivo statunitense.

Con una violenza inferta con forza visiva esplicita verso le creature ma mai verso gli umani, abbattuti il più delle volte in fuori campo o con i dettagli celati dai corpi come fossimo in un film erotico giapponese in cui con le “acrobazie”  delle carni si cela l’esplicito.

E poi una spalla comica, infiniti personaggi votati al sacrificio, ampie sequenze d’azione, tocchi di melodramma ma con un’alchimia meccanica e glaciale che mai si avvicina al grande cinema delle commistioni di Hong Kong (in questo senso il peggior clone di Mr. Vampire pur non restituendo un impianto produttivo del genere ha comunque almeno un paio di invenzioni che valgono tutto questo film).

Freddezza emotiva generica, scarsa caratterizzazione dei personaggi ed evocazione di empatia, per un oggetto finale che ha il maggior punto di interesse proprio nel concept, abbastanza evocativo e fresco ma sviluppato con una meccanicità narrativa letale e insostenibile.

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