Re-wind

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Celluloid nightmaresLa cosa più curiosa di Re-wind è che esce nei cinema a fine Giugno del 1988 ovvero poco tempo dopo, meno di due mesi, visto che si parla di metà Maggio, rispetto a Evil Dead Trap. Anche se i tempi di produzione di Sato Hisayasu erano all’epoca notoriamente brevissimi, nonostante fosse capace di produrre e rifinire un film nella media di tre settimane, nonostante molti spunti per il soggetto, per sua stessa ammissione, derivino da altri film come nel caso di Survey Map of a Paradise Lost che nacque da La Conversazione di Francis Ford Coppola, è comunque difficile immaginare che l’idea di questo film derivasse anche solo parzialmente dal gran film di Ikeda Toshiharu. Entrambi hanno alla base della storia uno snuff rinvenuto per caso, ma è più facile che le suggestioni fossero frutto di una naturale evoluzione di certo pink eiga, che proprio l’autore della sceneggiatura di Evil Dead Trap, Ishii Takashi, aveva contribuito pesantemente a ridefinire con la saga degli Angel Guts. Così entrambi negli stessi anni si interrogavano sul confine tra finzione e realtà nella rappresentazione filmica, che nel caso presente si traduceva nel non troppo velato tentativo di fare meta-cinema armando di pugnale una videocamera, che in un tripudio di amore cinematografico è probabilmente una citazione da quel capolavoro inarrivabile de L’Occhio che Uccide di Michael Powell.

Sebbene poi, Sato facesse parte di quella generazione di registi, in compagnia di Zeze, Sano e l’altro Satō (Toshiki), che rinnovarono il genere, il gruppo noto come pinku shitenno, egli funse in realtà da vero anello di congiunzione tra epoche, essendo stato il primo a esordire, nonché il primo a salire agli onori della cronaca per i suoi film a tema omosessuale premiati al di fuori del Giappone. Tra tutti questi nomi egli era certamente il più sfuggente, il più estremo, quello capace di avere riferimenti altissimi come Pasolini, ma disposto a spingere in maniera indecorosa il tasto del disturbante più assoluto. Al puzzle di frenetiche produzioni, animate dal suo spirito punk e da storie produttive al limite della guerriglia urbana, si aggiunge anche questo film, originariamente titolato in lavorazione come Re-wind, poi diventato per i produttori il più convenzionale, almeno per il circuito dei film erotici, Abunômaru: Ingyaku, che letteralmente si traduce, più o meno, come  «abnormal: orribili abusi». Il doppio titolo, uno scelto dal regista e uno dai compratori che poi lo avrebbero distribuito nelle sale, è un classico schema del cinema erotico di questi tempi, che aveva ormai deviato dal tradizionale circuito della grandi case di produzione e distribuzione di una volta. In fondo è parte del fascino remoto di questi film, sapere che una perla può nascondersi dietro un titolo terribile. Questo Re-wind è proprio uno dei pezzi pregiati di questi anni del regista, che assieme al già citato Survey Map of a Paradise Lost (Hard Focus: Eavesdrop) e Fuga Music for Alpha and Beta (Pervert Ward: S&M Clinic) mostra le diverse sfaccettature di un talento multiforme imbrigliato dalla forma pinku, ma allo stesso tempo libero di far danno su altri fronti.

A legare i tre film non solo ricorrenti scelte stilistiche, come ad esempio i monitor e gli schermi intermittenti disseminati ovunque nell’inquadratura, in modo da creare un atmosfera di alienazione, tra l’altro ennesimo punto in comune con Evil Dead Trap, ma anche le ossessioni tematiche come la psicanalisi, l’impenetrabilità dei personaggi e l’onnipresenza di Ito Kiyomi, musa, se tale si può osare definirla, di questo cinema dell’oscurità totale tratteggiato in quegli anni da Satō. Nel ruolo di una misteriosa «crime hunter» si imbatte in Akira, garzone di videoteca e studente di cinema che lavora in una videoteca per adulti, mentre investiga su una serie di UVF, Underground Video Film, che ritraggono scene di vere violenze. Il proprietario della videoteca è un ambiguo regista, che ebbe successo in passato come autore di un misterioso e disturbante video underground. Tra location in esterno fatte di grattacieli e puro, scarno degrado urbano associate ad altre in interno composte per lo più dalla videoteca e dallo studio underground di ripresa «omega», si dipana una storia di omicidi, intervallata dalle fisiologiche scene di sesso endemiche al genere. Quel che c’è in mezzo è il solito buon cinema tecnico e visionario del regista, ammirevole visti i tempi e le modalità di produzione, ma soprattutto catalogabile come qualcosa che lascia il segno, se ancora oggi siam qui a parlare di piccoli film a bassissimo costo, dalla grana irrimediabilmente deteriorata, dei quali probabilmente nemmeno chi vi partecipò avrebbe mai intuito la portata al di fuori del genere.

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