Rebel Woman: Dream Hell

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Hanjo Mugen Jigoku, Inferno di SognoL’anno prima del più celebrato Gushing Prayer, nel 1970, usciva questo film di Adachi Masao in pochi, probabilmente davvero pochi, cinema giapponesi. Vederlo allora deve essere stato abbastanza difficile. Almeno negli ultimi anni si può dire che il film abbia goduto di proiezioni in retrospettive, così come lo si è potuto vedere, perché inserito nella sempre ricca programmazione di Fuori Orario. Noto ai più per i suoi guai giudiziari, per il suo coinvolgimento in prima linea con l’estremismo politico e per un film controverso come Red Army/PFLP: Declaration of World War, si è finiti spesso per dimenticarlo come autore. Parte dell’ostracismo e della difficoltà nel vedere le sue opere è chiaramente dovuta ai suoi trascorsi, che finirono tra l’altro per inficiare a lungo anche la carriera di Wakamatsu Koji per cui scrisse diversi dei suoi film più importanti.

Sarebbe però giusto, per una buona volta, lasciarsi dietro il classico lungo racconto dei tanti fatti che precedettero il suo arruolamento nel Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina e la susseguente invisibilità. Anche perché Rebel Woman, come il già citato Gushing Prayer, ha poco a che vedere con ciò, anzi persino meno, visto che non c’è nemmeno la forzata presenza di parate militari, proteste di piazza e tutti quegli stratagemmi che si vedevano nei film di Wakamatsu a cui collaborò Adachi, per forzare questi film nel calderone della cultura antagonista dei tempi. Non che non si possa definire antagonista una pellicola così volutamente centrata sulla liberazione delle donne dal ruolo che la società dominante imponeva loro. In questo senso siamo in territori ancora più estremi dell’altro film sebbene i sentieri battuti siano più convenzionali in termini di narrazione.

Più convenzionale è anche l’aderenza al genere del pink eiga come chiaro dalla scena di apertura in cui Miya Kaoru è costretta dall’anziana e dispotica madre a fare sesso col marito davanti ai suoi occhi. Alle origini di questa sottomissione c’è l’eredità promessa alla famiglia della figlia se, e solo se, questa dimostrerà la sua indipendenza. Almeno in superficie, di primo acchitto, la hanjou (叛女), la donna ribelle del titolo, svela il primo intento programmatico della pellicola. Come per Gushing Prayer torna il tema della liberazione delle donne dalla società patriarcale, che adotta le armi della liberazione sessuale, o meglio dire dello sprezzo del sesso, ma finisce per liberare gli istinti ferini dei protagonisti. La storia allora evolve nelle forme del dramma denso di tradimenti e omicidi all’ombra degli shouji, quindi convenzionali al cinema popolare quanto allo stesso ambito dei film più pruriginosi. Così la giovane inserviente di famiglia interpretata da Michiko Tani, anche amante del marito, dimostra la propria forza alla padrona di casa e alla madre diventando la vera e propria ape regina dell’azienda.

Le donne di Adachi finiscono sì per liberarsi, ma spesso soccombono alla dolorosa esperienza. Ancora, specularmente a Gushing Prayer, i viraggi del colore, che il contemporaneo cinema erotico usava per sottolineare le scene più piccanti, diventano funzionali ai momenti allucinatori o alle esplosioni di violenza della protagonista. Ma non solo. Anche in questo caso il richiamo più o meno subliminale alla dottrina buddhista è presente nella scelta dei colori caldi, il colore delle fiamme degli otto terribili inferni caldi, che fanno da controparte speculare ai meno celebrati otto inferni freddi della tradizione. L’indizio Adachi lo aveva messo già nella seconda parte del titolo, che è uno di quei giochi di parole che permette la lingua giapponese. Il mugen jigoku (無間地獄) è il più tremendo degli inferni, destinato a chi ha commesso i peggiori delitti come l’assassinio di un genitore o di un santo. Data però la peculiare caratteristica della lingua giapponese di rendere lo stesso suono sillabico con diversi caratteri, mugen può essere scritto anche, come sottilmente scelto da Adachi, con 夢幻 ovvero sogno. E “Inferno di Sogno” è proprio la traduzione letterale italiana, nonché l’unico titolo, senza “hanjo” di mezzo, quello che compare nei titoli di testa originali e di fatto è anche la traduzione visiva che il regista vuole rendere per mezzo dei molteplici momenti allucinatori.

Purtroppo viene tralasciata spesso questa tendenza del regista a usare questi riferimenti, magari non ovvi ad un occhio occidentale, non educato dentro una società che ha interiorizzato così tanto i precetti del Buddhismo. Tanto è vero che Rebel Woman viene ingiustamente trascurato al confronto con Gushing Prayer, quando invece è perfettamente in linea con esso, risultando anch’esso sintesi perfetta tra spunti religiosi, gli stessi che erano già presenti nello splendido e sperimentale Galaxy, e la celebrata «teoria del paesaggio», di cui Adachi aveva abusato in AKA Serial Killer e che qui usa per mostrare gli effetti della violenta urbanizzazione delle periferie sugli abitanti.

Adachi aveva probabilmente appreso la giusta via all’equilibrio dal maestro Oshima Nagisa, che ne diresse contemporaneamente i due prodotti più noti: The Man who Left his Will on Film e Diary of a Shinjuku Thief. Come detto non ebbe però la possibilità di proseguire il percorso, che probabilmente avrebbe donato ai posteri altri piccoli, ma interessanti film in questa vena. Certo c’era già chi aveva mescolato sesso, antropologia e filosofia buddhista prima, se si pensa a certo Imamura Shohei (The Pornographers), e anche chi l’avrebbe fatto proprio in quei tempi, con più potenza di mezzi, se si pensa al Jissoji Akio della nota trilogia (This Transient Life, Mandala, Uta), ma ciò non toglie che l’occhio di Adachi non fosse certo banale nonostante la natura più economica dei suoi film. E forse è a lui che viene più facile fare riferimento nell’analisi di cinema più moderno, come quello dello Zeze Takahisa di Raigyo o Dream of Garuda, altro regista noto per mescolare certi temi filosofico/religiosi alle sue opere. Se e quanto abbia contato il cinema di Adachi, potrebbero svelarlo solo i diretti interessati, ma nel dubbio è comunque bene riscoprirlo.

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