Red Post on Escher Street

Voto dell'autore: 2/5
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Sion Sono, come nei recenti Antiporno e Why Don’t You Play in Hell? persevera in un cinema metafilmico, riconoscibilissimo, ma almeno stavolta leggermente distante da alcuni temi cardine della propria poetica; diciamolo subito, Red Post on Escher Street non contiene sequenze né di sesso né di violenza (o quasi) ma al contempo palesa tanti temi e stili propri dell’autore.

Sul finale tutti iniziano ad urlare  e a correre in maniera scomposta come a voler sottolineare l’autore dietro a questo strano progetto.

In scena un casting per un film, e tutta una serie di gruppi maleassortiti e monomaniaci si iscrivono. Red Post on Escher Street di volta in volta descrive e narra a montaggio scomposto le vicende personali del singolo gruppo. Non che questo in fin dei conti porti a nulla di risolto. L’opera si conclude in un set nel set affollato alla Effetto Notte in cui tutti i personaggi si incontrano e si scontrano ovviamente, ma senza un rilevante legame con la narrazione pregressa.

E’ un florilegio così di character design ricercati, personaggi sopra le righe, fantasmi che ruotano intorno alla casa di produzione e -soprattutto- alla cassetta delle lettere rossa da cui il titolo.

L’elemento forse più interessante è il suo essere un dei disperati, dei falliti, e degli ultimi. Gli eroi non sono infatti gli attori di Effetto Notte, i produttori de Gli Ultimi Fuochi o i registi di 8½, ma le comparse. E’ il grande monumento metafilmico delle ultime ruote del carro del cinema, ombre sullo sfondo in cerca d’autore.

Film inusuale, quindi, laterale, forse minore nella carriera del regista ma almeno opera distante, di ricreazione, una boa per uno spettatore assuefatto agli eccessi di Sion Sono, magari alla ricerca di maggiore sobrietà. Che però non trova nello stile della messa in scena, mai sontuosa, perennemente espressa con una traballante macchina a mano e una ricerca formale discontinua.

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