Redline

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redline locandinaKoike Takeshi e Ishii Katsuhito di nuovo insieme. In uno scambio reciproco di esperienze i due si sono trovati e ritrovati svariate volte durante le rispettive carriere. Party 7 di Ishii apriva con le immagini, splendide, di Koike così come Trava: First Planet vedeva l’amico Katsuhito in regia accanto a Takeshi. Entrambi gli autori si sono complementati finora, smussando gli angoli delle loro idee e ognuno riempiendo le mancanze dell’altro. Una combinazione che finora aveva dato buoni frutti, ma niente di eccezionale. Il progetto Redline era in cantiere da più di dieci anni, di cui sette per lavorare alle migliaia di disegni fatti a mano e all’animazione. Anticipazioni improvvise e molteplici ritardi, ma alla fine ce l’hanno fatta. Redline è il loro estremo capolavoro. Il risultato finale supera le aspettative di chi ne seguiva le tracce da un pezzo e getta Takeshi nella mischia dei grandi dell’animazione nipponica.

Redline fa tesoro dei progetti pregressi di Takeshi, in particolare la collaborazione con Imaishi Hiroyuki su Dead Leaves. A Dead Leaves, infatti, si può ricondurre la dinamica delle corse automobilistiche e la frenesia degli scontri a fuoco. Takeshi però tira il freno a mano, non è radicale come Hiroyuki. Il suo tratto è decisamente più morbido, aggraziato, non ha l’urgenza di inventare che abbonda in Imaishi. Si accontenta di esplorare le sfumature di quello che ha già. Anche nei momenti più caotici si segue abbastanza facilmente quello che accade, il quadro non trabocca di contenuti sempre nuovi e imprevedibili. Ed è giusto così, perché non avrebbe senso rincorrere Dead Leaves. In Redline l’attenzione è posta sia sulle corse sia sull’evoluzione dei personaggi, e dove l’animazione frena – su questo torneremo poi – c’è l’universo dietro a non dar respiro, prodotto della mente di Ishii. Partiamo dal fatto che pur ambientato in futuro imprecisato, dove la tecnologia ha già fatto balzi da gigante, le protagoniste indiscusse sono le obsolete quattro ruote. Nessuno guida più le classiche automobili, ad eccezione di pazzi pirati della strada che le modificano per partecipare a una sorta di micidiale torneo. Evento intergalattico, il torneo vive non solo di sano spirito agonistico, ma soprattutto di gare truccate e scommesse. Come spesso succede in questi casi, i soldi li intascano gli sponsor e altri loschi individui lontani dal volante, certamente non i piloti che rischiano la pelle sui circuiti. Fra questi disperati c’è il giovane JP, spericolato almeno quanto gli altri concorrenti ma con un principio ineluttabile: arrivare al traguardo senza giocare sporco. Cosa non facile, come vedremo.

Se è vero che è la fame di velocità a muovere Redline, è pur vero che su questo scellerato sport si sviluppano altre storie interessanti. Per prima cosa sboccia l’amore tra JP e la bella Sonoshee. Prevedibile già dalle occhiate che i due si scambiano quando nemmeno si conoscono, ma destinato a rivoluzionare l’esito altrimenti scontato dell’ultima corsa. In seconda battuta, si consolida il legame di fiducia e rispetto prima e amicizia poi tra JP, Frisbee e Pops. Come in Speed Racer dei Wachowski, l’onestà del team di JP prevale sui piani meschini che regolamentano la competizione. Un vogliamoci bene riciclato, ma di sicuro effetto. E infine, la fantascienza. Redline brulica di personaggi minori, tra i quali spuntano i due protagonisti di Trava: First Planet. Alieni di ogni forma e colore pensati da Ishii e rinati con i disegni di Takeshi. Ognuno, anche il più insignificante, è uno spettacolo per gli occhi. Un universo cosmopolita, dove umani, alieni e robot si mescolano come tante razze diverse che provano a sopravvivere. Il razzismo sembra superato nel futuro di Redline, o almeno celato, ma c’è ancora spazio per le differenze di classe e lo strapotere dei più ricchi. La famigerata Redline è organizzata su Roboworld, pianeta fortemente militarizzato e conservatore che vive di legge marziale e poco altro. Il suo esercito è un complicato mix di androidi, macchine e alieni che si fondono insieme all’occorrenza. Il presidente al comando del pianeta rifiuta l’allestimento della corsa agli organizzatori, minaccia di morte tutti quanti vi parteciparanno. Scopo del presidente è nascondere le sue ricerche. Accecato dalla sete di potere, ha avviato sotto la superficie di Roboworld la costruzione di un’imponente e devastante arma di distruzione di massa. I suoi ordini non vengono ascoltati, troppo alta la posta in gioco. Le conseguenze sono però terribili. La Redline presto diventa una caccia all’uomo spietata, teatro di battaglie allucinanti che, inevitabilmente, portano alla luce i segreti nascosti di Roboworld. La gara esplode, in tutti i sensi, ma non si ferma, anzi accelera sempre di più. Il climax, quando arriva, non guarda in faccia a nessuno. Vedere per credere. Si tira il fiato solo con le ultime, romantiche immagini.

Il vero motore di Redline è il livello stratosferico dell’animazione di Takeshi. Ogni fotogramma rivela un’attenzione maniacale per il dettaglio. Tutto è curato meticolosamente, i vari particolari studiati e riveduti in un lunghissimo processo di rifinitura. Le uniformi dei militari e l’arsenale di Roboworld, le varie automobili e i loro trucchi, il variopinto pubblico delle corse, oggetti minuscoli e insignificanti che entrano ed escono di scena in un paio di minuti. Non c’è un personaggio che assomigli ad un altro. Tutti i concorrenti sono perfettamente riconoscibili e unici anche nel marasma dell’azione. Quest’ultima, poi, scorre fluida e travolgente, su note techno che spingono sull’acceleratore. C’è di che perderci la testa. Interni ed esterni distraggono continuamente dagli eventi principali. Occore una seconda visione per trovare quello che si era perso la prima volta, e poi almeno un’altra seduta per poter dire di averci provato. Redline è più di una scarica di adrenalina come si legge in giro. La scossa è solo l’inizio della corsa.

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