Return of Bastard Swordsman

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Torna lo “spadaccino bastardo” in questo sequel, che in realtà potremmo vedere come complemento finale alla storia narrata nel primo episodio. Troppe questioni erano rimaste in sospeso, e soprattutto l’agognato scontro per determinare la supremazia sul mondo delle arti marziali tra il nostro eroe e Dugu Wu Di, imbattibile capoclan della scuola Wu Di.

Due anni sono passati dagli avvenimenti narrati in Bastard Swordsman, Wudang dopo il ritiro di Yun Fei Yang ad una vita semplice insieme alla novella moglie Lun Wan Er, è caduta in disgrazia. Dugu Wu Di, ormai al massimo livello nella sua arte marziale decide che è tempo di sfidare Wudang e stabilire una volta per tutte chi è il più forte, ma le cose non vanno come previsto; dal nulla sbuca una nuova fazione decisa a controllare il mondo marziale: è il clan di ninja Iga*, che dal Giappone intende far valere la propria superiorità marziale/razziale. Conflitto non nuovo in questo tipo di film, in realtà un sottofilone che ha dato alla luce numerose pellicole alcune delle quali strepitose come ad esempio Duel to the Death (Ching Siu-tung, 1984), Heroes of the East (Liu Chia-liang, 1984) o il ben più famoso Fist of Fury con Bruce Lee (Lo Wei, 1972).
A questa allegra e quantomai letale compagnia si aggiunge un nuovo personaggio amico del protagonista, tale Li Bu Yi spadaccino ed indovino, elemento curioso che viene introdotto senza una presentazione formale, ma che sarà fondamentale nello svolgimento dell’intricato plot. Sì, perché come il suo predecessore, Return of Bastard Swordsman ha una serie infinita di sottotrame, che dopo un po’ confluiscono in un unico snodo sino al gran finale.
Raccontare altro rovinerebbe sicuramente il piacere della visione. Non aspettatevi comunque uno svolgimento tanto classico, l’ultima mezz’ora è così densa di avvenimenti da far invidia alla serie di Lost.

Gli attori sono i medesimi del predecessore con l’aggiunta (di peso secondo noi) di Chen Kuan-tai nel ruolo di capo ninja, parte da villain per un attore che spesso ha indossato i panni della figura positiva, dell’eroe. Con all’attivo più di un’ottantina di film tra i quali dei veri e propri cult, Che Kuan-tai è uno degli attori fondamentali degli Shaw Brothers.
Return of Bastard Swordsman si avvale delle coreografie esuberanti di Liu Jun-guk, che grazie all’aiuto del suo staff riesce a realizzare dei combattimenti ancora più esagerati del capostipite; parliamoci chiaro, sono il vero fulcro dei due film.
Oltre al collaudato stile del “Baco da seta” e quello “Invincibile” di Dugu Wu Di con i suoi palmi radianti, questa volta il nostro eroe dovrà vedersela con un intero clan di ninja e quindi tutto l’armamentario composto da shuriken (di ogni forma e foggia) fumi colorati, travestimenti, insomma tutto ciò che il folclore ha portato sino ai giorni nostri.
Senza contare la tecnica “Fantasma” del capoclan, che consente il controllo del battito cardiaco dell’avversario fino a fargli esplodere il cuore e successivamente espellere dalla bocca. Da non credere ai propri occhi!
Infine troviamo, non meno importante, lo stile “dell’Indovino”, un’arte che prevede l’uso dei bastoncini divinatori come arma multiuso: da lancio per bloccare l’avversario e contemporaneamente per leggergli il futuro.
Come si è indubbiamente capito, Return of Bastard Swordsman non sfigura affatto davanti al suo antesignano, anzi, cerca di portare più in là il discorso di “rottura” tipico della “New Wave”. La messa in scena passa davanti a tutto senza fare minimamente i conti con gli evidenti limiti del budget, l’importante è realizzare qualcosa che nessuno ha ancora avuto il coraggio di fare, qualcosa di talmente assurdo da non essere nemmeno preso in considerazione. Allora ben vengano combattimenti volanti che ignorano le leggi basiche della gravità, anatomie totalmente inventate, petti che si gonfiano come palloncini di un clown, bacchette di legno più resistenti della pietra e ovviamente gli immancabili raggi laser dai palmi.
Lo spettatore è totalmente assorbito dalla frenetica successione degli eventi, e l’unico modo per non fargli domandare il perché di alcune situazioni, è quello di colpirlo con altre ancora più esagerate, fino all’estenuante epilogo.

Liu Jun-guk non è certo un fine narratore, ma quando si tratta di imbastire una storia a base di combattimenti fumettosi, orge di sangue e deliri pop, sa indubbiamente il fatto suo: la prova sono i suoi cult come Secret Service of Imperial Court (1983) Holy Flame of the Martial World (1984), dove l’esagerazione diventa l’unica idea portante del film e gli attori sono solo un mezzo. Come già accennato precedentemente, il wirework da bassa manovalanza si guadagna il ruolo di assoluto protagonista on screen. Ancora qualche anno e autori come Ching Siu-tung, Sammo Hung, Corey Yuen Kwai e Tsui Hark lo nobiliteranno tanto da farlo approdare ad Hollywood.
Adesso, come spesso succede, siamo alla saturazione, il wirework lo infilano ovunque dalle commedie alle reclame, il prossimo passo sarà il Grande Fratello!

*Nota a margine:
La provincia di Iga è particolarmente famosa per i suoi clan di ninja, tra cui il più famoso fu Hattori Hanzo. Sia la provincia di Iga che quella di Koga sono considerate il luogo di nascita del ninjutsu.

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