Return of the 18 Bronzemen

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The Return of the 18 Bronzemen non è un vero e proprio sequel; pur mantenendo lo stesso cast e regia del primo capitolo, si limita a rivisitarne i temi cardine.
Joseph Kuo decide di puntare tutto (più di tre quarti del film) sul monastero Shaolin riducendo all’osso la sceneggiatura e facendo della prova dei diciotto bronzi il fulcro del racconto. Decisione non del tutto sbagliata, visto il risultato altalenante di The 18 Bronzemen (1976), se non fosse che le nuove scene al monastero sono quasi le stesse del film sopraccitato. Dulcis in fundo, quando il film sembra entrare nel vivo, il regista decide di chiudere il sipario.

Il quarto principe in ordine di successione Ai Sung-chueh, sale al trono grazie ad uno stratagemma e dopo aver eliminato i possibili oppositori, decide d’imparare le arti marziali al monastero Shaolin, così da poter acquisire ancora più prestigio e potere.
Provate ad immaginare un reggente anche campione di kung fu!
Procuratosi una falsa identità, Ai Sung-chueh riesce a farsi ammettere al tempio riuscendo in breve tempo ad  imparare tutte le tecniche principali, superando – dopo diversi fallimenti – quasi tutte le prove dei diciotto bronzi.
Durante il test finale però, salta la copertura ed il principe è costretto a lasciare il monastero coperto dal disonore del fallimento.
La vendetta non tarda ad arrivare, nuove armi tecnologiche sono pronte per essere testate, armi tanto potenti da annientare qualsiasi avversario persino i temibili monaci guerrieri Shaolin: una nuova era sta per iniziare!

Memore della passata esperienza, Joseph Kuo relega a semplici comparse Tien Peng e Polly Shang-kuan, offrendo a Carter Huang il ruolo di assoluto protagonista.
L’addestramento al monastero Shaolin diventa il centro del film; più di un’ora dedicata alle tecniche di allenamento ed ai vari stili, compresa una versione riveduta e corretta della prova dei diciotto bronzi. Allora cosa non funziona?
Sostanzialmente tutto. La regia è piatta e le coreografie dei combattimenti scialbe rendono il tutto dannatamente noioso. Le suddette prove sono identiche – pur con qualche aggiunta – a quelle viste nel precedente film, già allora non esaltanti.
Carter Huang con la professionalità che lo contraddistingue, si destreggia come può tra test di forza fisica, abilità nel kung fu, resistenza al dolore, prove per affinare udito e vista, ma il déjà vu è dietro l’angolo. Quando l’apatia ci ha ormai sopraffatto, il film inaspettatamente si risolleva, ma è un fuoco di paglia. L’ipotesi di un attacco con armi da fuoco per distruggere il monastero Shaolin è eccitante: l’immagine di soldati armati fino ai denti contro i monaci e perché no i bronzi, solletica non poco. Peccato che la scarsità di budget determini la parola fine troncando qualsiasi lecita aspettativa.
Autore di tutte le sequenze action, comprese quelle del primo episodio, è Cliff Lok, attore e coreografo di parecchi film. Le sue collaborazioni/partecipazioni con i maestri del genere non si contano. Il suo lavoro in questo caso, pur non brillando di originalità, strappa la sufficienza lasciando l’amaro in bocca per l’occasione mancata.
In mano a gente capace il dittico dei diciotto bronzi sarebbe oggi un vero cult al pari dei classici di Chang Cheh e Liu Chia-liang.

Curiosità: Esiste un terzo film così da comporre una trilogia non ufficiale, intitolato The Blazing Temple (1976), sempre di Joseph Kuo con Carter Huang. Narra le vicende realmente accadute della distruzione del tempio Shaolin ad opera della dinastia Manchù. Che sia la volta buona?

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