Return of the Street Fighter

Voto dell'autore: 3/5
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Secondo capitolo della trilogia, Return of The Street Fighter ricalca più o meno, quanto già visto nel primo film, ma questa volta con risultati un po’ meno fortunati.
Senza entrare troppo nello specifico della trama, questo seguito ci permette di definire alcuni elementi ricorrenti della trilogia, elementi che ritornano anche in The Street Fighter’s Last Revenge, che pur denota un tono abbastanza diverso rispetto alle prime due pellicole.

1) La situazione di partenza è sempre identica. Il protagonista, Takuma Tsurugi, inizialmente viene ingaggiato da alcuni gangster per compiere un qualche tipo di missione impossibile, che il nostro assolve senza problemi.

2) Segue l’offerta di una seconda missione (in questo caso l’assassino di uno dei pochi amici di Tsurugi, il maestro di arti marziali visto nel primo film), che Tsurugi rifiuta, pretendendo di essere pagato per il lavoro già compiuto. A questo punto, i gangster di cui sopra tentano di fregare Tsurugi, o peggio, di mandarlo all’altro mondo. Questa poco ragionata decisone ha come conseguenza che il killer più pericoloso dell’intero Giappone si incazza come una belva. Ma non avevano visto il primo Street Fighter?

3) Il risultato è fin troppo prevedibile. Tsurugi è fermamente deciso a recuperare la sua grana con gli interessi, smantellando di passaggio l’intera organizzazione criminale in questione.

4) Ad un certo punto del film, il nostro sembra soccombere ad un potente avversario, ma quando la situazione è disperata, subentra il flashback obbligatorio già visto nel primo e che si ritrova anche nell’ultimo capitolo della serie. Tsurugi bambino, sotto una pioggia incessante (la pioggia accompagna anche gli scontri centrali della trilogia), assiste alla fucilazione del padre, che prima di spirare snocciola ancora qualche massima di vita vissuta. Il tutto ha l’effetto di liberare quella riserva di rabbia, che permette a Tsurugi di riprendersi e infine di sconfiggere l’avversario.

La differenza rispetto al primo film consiste più che altro in scene di combattimento più rapide e fluide (ottime le riprese a mano di Yoshida Sadaji, non per niente direttore della fotografia di tutti gli Yakuza Papers diretti da Fukasaku), oltre ad un nuovo side-kick comico, qui una snervante ragazzina (Ichiji Yôko) con treccine e un gusto della moda decisamente discutibile.
Dopo un promettente inizio – Tsurugi recide le corde vocali ad un uomo che si trova in custodia cautelare e distrugge un’intera stazione di polizia – Return of The Street Fighter si perde in pallose dimostrazioni di karatè e armi, manco si trattasse di un documentario sulle arti marziali. In più, alcuni flashback che riutilizzano intere scene della prima pellicola, allungano il brodo senza particolare motivazione, se non quella della riduzione dei costi produttivi. Dopo una mezz’ora abbondante però ritroviamo tutto quello che ci ha fatto amare l’originale. Un Sonny Chiba fuori controllo (anche se un pelino meno disperato, trasformazione che si conclude nel fumettistico The Street Fighter’s Last Revenge), spezza ossa, strappa interiora, frantuma crani e in generale fa piazza pulita, fulminando – letteralmente – persino uno degli avversari.
Assolutamente memorabile, lo scontro con la sua nemesi Junio Shikenbaru (Masashi Ishibashi), creduto morto alla fine del primo capitolo in cui Tsurugi gli aveva strappato la gola.
A livello gore siamo leggermente al di sotto del capostipite, ma anche questa volta si può assistere ad una scena assolutamente unica. Tsurugi colpisce un avversario con tale forza sulla testa da fargli schizzare fuori gli occhi, che si gonfiano e rimangono penzolanti dalle orbite oculari. L’effetto ricorda non poco quello tipico dei cartoon di Tex Avery, omaggiato per esempio in Chi ha Incastrato Roger Rabbit? (Robert Zemeckis, 1988) o The Mask (Chuck Russell, 1994). Da non credere.
Nel complesso Return of The Street Fighter è un buon seguito, tecnicamente nella media del genere (notevole il combattimento sulla neve, quello nella sauna e quello finale al buio), a cui manca semplicemente la freschezza dell’originale.

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