Return to Murder

Voto dell'autore: 4/5
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bunohanTre fratellastri separati in giovane età si muovono lungo la linea narrativa del film per convergere nello stesso luogo di nascita, la città di Bunohan (la cui fonetica malese è simile alla parola ”omicidio” da cui anche l’interessante titolo anglofono) dove risiede stanco e malato il loro padre, Pok Eng (Wan Hanafi Su) un maestro dell’arte dei pupazzi e del teatro delle ombre; Ilham (Faizal Hussein) è un abilissimo assassino di una gang thailandese che deve trovare e abbattere un lottatore marziale di tomoi (un arte marziale locale vicina parzialmente alla box thailandese) scappato da un incontro clandestino. Il nome di questo lottatore è Adil (Zahiril Adzim), è stato aiutato nella fuga da un suo storico amico d’infanzia ed è fratello di Ilham. Il terzo fratello, Bakar (Pekin Ibrahim), tornato dalla città, accudisce il padre con la brama di impossessarsi delle sue terre e venderle ad una gang che ha intenzione di edificarci una monumentale zona turistica. L’ambizione supera l’etica e ogni ostacolo sarà abbattuto in nome di un dio denaro spietato e capace di annientare lealtà, onore e legami famigliari.

Un altro cinema è possibile e lo si era capito da anni anche grazie al “Far East Film Festival” o al “Festival di Torino” che avevano portato film poco convenzionali, spigolosi e marci prodotti da cinematografie minori, titoli paranoici e funerei ma dirette maschere di ossigeno per uno spettatore alla ricerca di un qualcosa di nuovo. Grandi titoli filippini come quelli di Brillante Mendoza, o il folgorante Casket for Rent, l’indonesiano Identitas o il cinese The Ditch. Questo Bunohan (il calzante titolo originale) riparte da lì, sprofonda la narrazione in un contesto rurale e marcio, degno discendente del pre new-wave hongkonghese, lo rende spigoloso e spietato, con folgoranti accessi surreali e un’inedita attenzione estetica unita ad una classe della messa in scena solitamente assente in titoli che fanno dell’impatto emotivo fisico e della presenza tremolante dello spettatore nella scena il fulcro della narrazione.
Alcune sequenze brillano (pur nella fotografia cinerea del tutto) di una straordinaria resa visiva e attenzione certosina nei movimenti di macchina. Passato con successo al “Toronto’s International Film Festival” e all'”International Film Festival di Rotterdam”, il film giunge in Italia grazie al “Far East Film Festival” che da una parte conferma il suo ruolo di cacciatore e scopritore di gemme altrimenti invisibili e mettendo in palinsesto anche Songlap riesce a rivelare la straordinaria vitalità del cinema malese dell’ultimo anno.

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