Return to the 36th Chamber

Voto dell'autore: 4/5
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Dopo i risultati al botteghino non esaltanti di Dirty Ho (1979) e Mad Monkey Kung Fu (1979), Liu Chia-liang si vede quasi costretto a girare il seguito di uno dei suoi capolavori, The 36th Chamber of Shaolin (1978).
Liu però non sarebbe il grande regista che conosciamo, se anche in questa occasione non riuscisse a volgere la situazione a suo favore. Difatti Return to the 36th Chamber è tutt’altro che un tradizionale sequel, fin dalla trama, solo apparentemente banale.

Il giovane Chu Jen Chieh si guadagna la pagnotta fingendo di essere un monaco shaolin. Quando alcuni amici in difficoltà lo pregano di difendere i loro diritti sul posto di lavoro, impersona il famoso monaco San Te, fondatore della 36esima camera degli shaolin. Scoperto l’imbroglio e umiliato di fronte a tutti, non gli rimane altro che allenarsi sul serio nelle arti marziali. A questo proposito raggiunge il monastero, ma nulla andrà come previsto.

Return to the 36th Chamber riprende la classica struttura narrativa in tre atti (premessa-allenamento-vendetta) di molti film di arti marziali e anche la trama, ad una prima occhiata, non sembra proprio originale.
Qui però entra in gioco il genio di Liu (e dello sceneggiatore Ni Kuang) che, deciso a non realizzare semplicemente una seconda parte, inserisce un twist inaspettato. Il gioco ovviamente funziona in relazione al primo film, in cui Gordon Liu interpretava San Te. In questo caso il suo personaggio invece finge di essere il monaco, diventando alla fine veramente discepolo dello stesso, intraprendendo un simile percorso. Il vero San Te, che ne intuisce le potenzialità, gli ordina di erigere un’ impalcatura di bambù intorno all’intero monastero. Un anno dopo, la titanica impresa è terminata, ma il monaco lo mette inaspettatamente alla porta. Solo una volta ritornato al suo paese, realizzerà (quello che lo spettatore ha capito da un bel po’) che la semplice osservazione degli allenamenti shaolin (che poteva vedere mentre costruiva l’impalcatura) gli ha permesso di impararne le tecniche e di praticarle. Probabilmente uno dei metodi di insegnamento meno ortodossi mai visti in un kung fu movie. Ancora una volta le arti marziali sono inserite nella vita quotidiana e adattabili ad ogni situazione, aspetto che Liu aveva già portato alla perfezione l’anno precedente in Dirty Ho (1979), rendendole così realistiche e apprezzabili anche per il pubblico.
Molte le scene memorabili, da quella in cui Gordon finge di essere San Te, aiutato da fili e trucchi vari (Liu continua con la smitizzazione del cinema di arti marziali, mostrando in definitiva come funziona il wire-work, quasi un dietro le scene nel film), passando per tutta la parte centrale degli allenamenti, che sono una variazione di quelli visti in The 36th Chamber of Shaolin, allo scontro finale che supera i dieci minuti abbondanti (e, strano a dirsi, è l’unico “vero” combattimento del film), nei quali Chu Jen Chie, avvantaggiandosi dell’ambiente circostante, mette in pratica tutto quello che aveva imparato in precedenza
Insomma un seguito, ma solo all’apparenza, Return of the 36th Chambers è l’ennesimo classico di Liu Chia-liang. Il tono, rispetto al primo capitolo, è più da commedia e il film fila via che è un piacere. Le ragioni sono due.
Da un lato abbiamo naturalmente i combattimenti ed allenamenti, come sempre splendidamente coreografati e con la messa in scena sempre al servizio dell’azione. Liu non invade mai il campo con la cinepresa, ma rimane osservatore esterno riuscendo a trasmettere ogni dettaglio con una chiarezza mai eguagliata nel genere.
L’altra carta vincente è Gordon Liu, che gioca con la sua precedente (straordinaria) interpretazione di San Te, variandola quel tanto da creare un nuovo personaggio, e mette in mostra sia le sue ovvie capacità marziali, sia il suo indiscutibile talento comico. Il film è tutto suo, anche se i soliti noti (Hsiao Hou, Kara Hui) aiutano a creare un’ atmosfera di divertimento che cattura subito lo spettatore.
Con Return of the 36th Chambers, Liu Chia-liang sovverte ancora una volta il genere dall’interno, ed era solo à metà strada …

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