Righteous Ties

Voto dell'autore: 4/5
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Righteous TiesRighteous Ties costituisce un ulteriore passo avanti nella carriera di Jang Jin, il quale finora solo con l’aiuto di un visionario come Park Kwang-hyeon (in Welcome to Dongmakgol) era riuscito a dar corpo e spazio al suo talento immaginifico, mantenendo nei propri lavori precedenti un certo realismo e una teatralità riflessa nei dialoghi, nelle scenografie, nei movimenti scenici. Stavolta l’implementazione di effetti speciali e sequenze surreali, l’attenzione per angoli di ripresa e profondità di campo, insieme a una frammentazione dell’unità scenica in ambienti assortiti e spesso suggestivi, dona al film un’inusitato splendore visivo esteticamente ricercato che in molte occasioni arriva a entusiasmare.

Come al solito veniamo catapultati senza alcun preavviso in una girandola di trovate e di personaggi con la consueta cialtroneria e buonumore, ma stavolta Jang esplora anche temi “alti” come la giustizia, la lealtà, il tradimento, la fratellanza, spostando spesso il fuoco del film dalla commedia più spensierata verso territori drammatici, se non melodrammatici, un giochetto che ama particolarmente. Il fatto, ad esempio, che un politico e un serial killer siano amiconi è quanto di più romanticamente affettuoso e politicamente scorretto e pungente si possa concepire. Lo stesso prologo è un distillato di jangjinità: in soli tre minuti vengono cambiate non solo le carte in tavola, ma anche i ruoli dei personaggi e i registri narrativi con un dispiego massiccio di ironia, umorismo nero e stile raffinato.

I tempi narrativi e scenici ben architettati – troppo, potrebbe obiettare qualcuno – supportano ulteriormente la sensazione di trovarsi all’interno di un meccanismo oliato a dovere e programmato nei minimi particolari. Eppure i copioni del cineasta non sono solo freddamente cerebrali, ma corrosivi, bizzarri, stimolanti, con scambi di battute scattanti e surreali. Un esempio:

Seung Bong-shik: [a Kim] E chi sei tu?
Kim Joo-joong: Sono il braccio destro. […]
Seung Bong-shik: [al boss] Pensavo fosse Dong Chi-seung il tuo braccio destro. Siamo già a una sostituzione?
Kim Joo-joong: Sono io il braccio destro. Dong era il braccio sinistro.
Boss: sono mancino.

La sola scena dei carcerati che prendono a spallate il muro di cinta della prigione perché hanno sentito dire che in quel punto la struttura è debole, oltre che spassosissima in sé, è esplicativa di tutto un modo burlescamente amaro di intendere il mezzo cinematografico, di come Jang riesca a rendere buffi e tragici al contempo i suoi personaggi senza togliere loro una goccia di credibilità. Ma l’amore per il cinema trasuda da ogni fotogramma, come nella scena finale, dove, per ottenere un effetto più convincente, si è girato sotto una reale pioggia battente. Altra costante del regista è la straordinaria abilità nell’allestire un cast eccellente e nell’assegnare ruoli che calzano come guanti, primari o secondari che siano. In quest’occasione i ruoli principali sono ricoperti da due attori di grande richiamo: Jeong Jae-yeong (fedelissimo di Jang, Welcome to Dongmakgol, Someone Special, No Blood No Tears) e Jeong Joon-ho (My Boss, My Teacher, Marrying the Mafia, Public Enemy 2). Il primo sfoggia un eccezionale carisma in una parte cucita su misura per lui, il secondo, con doti recitative nettamente inferiori, se la cava in un ruolo furbescamente bifronte. Ma il consueto gruppo di fedeli attori di Jang – provenienti per lo più da esperienze teatrali – garantisce che la complessività delle parti, anche le più ridotte, siano ottimamente – quando non straordinariamente – portate a buon esito.
Cercando il pelo nell’uovo, le poche pecche di Righteous Ties sono forse da identificare con il finale troppo stereotipato e sbilanciato verso il dramma e una sporadica confusione generata dalla improbabile commistione demenziale-moralistica; mentre la durata sopra la media non può essere considerata un punto a sfavore, essendo la visione scorrevole, piacevole, infarcita di spassose situazioni e personaggi godibili.
Convenzionale è un aggettivo dal quale Mr Jang Jin cerca di rifuggire come la peste. Troppo divertente per essere un prison-movie, troppo profondo per essere un film comico, troppo verboso per essere un film d’azione Righteous Ties prende le distanze da tutto e da tutti, dal cinema americanofilo come da quello nazionale, è una corsa sfrenata a cavallo dei generi, un rifugiato politico delle catalogazioni e degli inscatolamenti preconfezionati, un frullato di situazioni e di stili, di atteggiamenti, di ritmi e di atmosfere, una divertente corsa a rotta di collo sulle montagne russe del puro (dire/fare/amare) cinema.

 

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