Rise of the Legend

Voto dell'autore: 3/5
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Visto il boom di Ip Man era prevedibile un ritorno al raccontare le vicende di un simbolo stesso del cinema e della cultura cinese in chiave marziale, Wong Fei Hung, che dopo un centinaio di film di successo era divenuto icona di rilevanza internazionale grazie alla saga di Tsui Hark intitolata Once Upon a Time in Cina. E qui si entra in un paradosso che il più delle volte è generato solo nella testa del pubblico ovvero quello che la Cina produca in maniera massiccia un cinema di propaganda quando in realtà è l’uso del mezzo cinema in una formula ormai competitiva e dai budget stellari ad essere sorta di “propaganda” della potenza economica del paese. Il Wong Fei-hung di Tsui infatti ben si prestava a rappresentare il passaggio di un paese in apertura ed espansione, custode orgoglioso della propria cultura e perennemente assaltato da un occidente colonialista che tentava di modificarne usi e costumi e di depredarlo a buon prezzo. Ma non era cinema di propaganda hongkonghese, era solo una scelta narrativa -o politica che sia- di un regista dalle idee sempre abbastanza chiare in merito. L’ingresso della Cina nella produzione poteva far supporre l’imposizione di tematiche attuali e simili, specie nel conflitto tra paese e occidente, oltretutto temi toccati già da Ip Man e altri film simili. Invece no, di tutto il suggestivo periodo storico narrato (sicuramente più interessante come contesto di quello di altri titoli simili) va a lavorare quasi esclusivamente in casa, lasciando la presenza dell’esterno come aerea e laterale. I veri nemici sono i criminali cinesi, le bande locali, i ricchi schiavisti di casa, così che il film rimanda quasi come contesto allo storico cinema cinese degli anni 30 come quello di Sun Yu, fino a quello più di propaganda degli anni 60. Quasi uno sguardo alla lotta alla corruzione del paese operata dal governo centrale. Giusto un paio di accenni agli occidentali e ai loro sordidi traffici. Il resto sono lotte tra bande e sanguinari signorotti rappresentati nel climax da uno spietato Sammo Hung. Peccato che per trovare il Wong Fei-ung che conosciamo e abbiamo amato si debbano attendere 100 minuti secchi di film. Del Wong Fei-hung saggio, posato e colto nemmeno l’ombra. Il film narra infatti le origini del mito, ovvero l’infanzia e adolescenza dell’eroe, mostrandocelo per l’intero film come un sanguinario e spietato bulletto palestrato. D’accordo che questa scelta fa parte di un percorso narrativo di costruzione del personaggio ma a mancare del tutto è l’epica dei predecessori e la scelta dell’attore protagonista, Eddie Peng Yu-Yan ( Tai Chi Zero) se vagamente funziona nella parte di combattente indomito, meno risulta credibile in quella del nobile ed elegante eroe cinese. Al tutto si somma una lunghezza del film smisurata (due ore e dieci) piene (o meglio vuote) di qualsivoglia svolta narrativa rilevante ed emozionante, in un’assenza totale di epica e percorso da avanzamenti narrativi noti e prevedibili. Ci sono anche dei pregi però; il primo, abbastanza importante in un film del genere, sono le coreografie marziali di un vivacissimo Yuen Kwai che regalano specie nella prima parte alcuni momenti particolarmente ispirati. L’altro la regia di un Roy Chow Hin-Yeung (Nightfall) mediamente talentuoso ma anonimo che offre soprattutto all’inizio delle sequenze interessanti, su tutte un vorticante e ipnotico piano sequenza iniziale e il primo scontro d’ordinanza sotto la pioggia.
Nel cast operano un piacevole passaggio anche Tony Leung Ka-fai (The Taking of Tiger Mountain) e AngelaBaby. Purtroppo una delusione che rappresenta come prodotto generico un buon lavoro di genere e rilevanza spettacolare all’interno del cinema d’azione, ma che manca in toto di epica e che non può che lasciare l’amaro in bocca agli appassionati del cinema focalizzato su uno dei più interessanti personaggi della storia cinefila cinese.

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