RoboGeisha

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RoboGeishaSarebbe il caso che molti appassionati di cinema asiatico facessero ammenda. Se un decennio fa ci avessero parlato di un film in cui giovani geisha fossero rapite ed addestrate a diventar killer da una società segreta così potente da poter disporre di assurde tecnologie militari, saremmo stati felici. Se un decennio fa ci avessero parlato di un film in cui le suddette ragazze fossero addirittura trasformate in cyborg assassini ed equipaggiate di armi incredibili come lame rotanti in bocca, spade che fuoriescono dal deretano, pugni a reazione e via impazzendo, saremmo stati felici. Se un decennio fa ci avessero detto di un film in cui un palazzo si trasformasse in un robot gigante ed abbattesse palazzi come bruscolini, saremmo stati felici. Se ci avessero detto di un film in cui la protagonista potesse trasformare le gambe in cingoli di carro armato, saremmo stati felici. Ed infine se un decennio fa ci avessero detto di un film dove la malvagia organizzazione facesse uso di due ultra sexy killer travestite da tengu per tenere a bada le ragazze ribelli, saremmo stati felici.

La dura realtà è che nonostante tutti questi elementi siano presenti in RoboGeisha il livello di insoddisfazione sfonda gli argini della tollerabilità. Tutto gira assolutamente a vuoto in questa pellicola sfilacciata che gioca sull’accumulo di assurdità e Iguchi Noboru (The Machine Girl, Karate Robo Zaborgar), che non ha mai brillato per il dinamismo nei suoi film, non fa altro che peggiorar le cose. Non riesce ad imbroccarne, più volte nemmeno a “montarne”, una giusta e finisce per fare una figura ben peggiore di quella che fa negli altri suoi lavori.

Quel che manca in maniera quasi totale è il sangue e il gore tipico di tutte le altre produzioni del regista e della sua cricca. Probabilmente la Kadokawa, al banco di produzione rispetto alla solita Nikkatsu, si è fatta sentire in tal senso e viene fuori uno sgangherato cumulo di gag con poco lattice e tanta computer grafica. Il sovra citato effetto della geisha cingolata è talmente brutto da sfiorare il ridicolo, come è brutto ed insignificante il sangue che fuoriesce copioso dai palazzi abbattuti dall’altro palazzo-robot gigante nel finale, vanificando così una delle trovate migliori del film.

Gli interventi protesici sono minimi e la cosa che si ricorda con più piacere è il costume delle due ragazze tengu (Asami e Izumi Cay), che danno luogo anche alle parti più interessanti del film con la loro presenza. Davvero però è troppo poco per salvare questo film dall’ignominia che gli spetta e viene da riflettere su cosa sia cambiato nell’ultimo decennio, in cui questo tipo di film piaceva agli appassionati anche se vi fosse stata una singola idea vincente, rispetto alle decine presentate in ognuna di queste nuove produzioni.

Forse la scomparsa della patina di sporcizia delle vecchie pellicole, forse il superamento di quegli ostacoli visivi di un tempo con la computer grafica impiegata ovunque, forse l’ostentata volontà di soddisfare il desiderio di stranezze dello spettatore possono esser tra le cause, ma più semplicemente viene il dubbio che lo spettatore non volesse veder raggiunto l’obiettivo nella pratica. Forse veramente si amavano quelle gemme imperfette con mezza idea e un limite dettato dal budget. Forse veramente ci si affezionava a dei mostriciattoli sgangherati per la sola tenerezza, per la sola simpatia, che si ha verso chi ci ha quantomeno provato.

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