Sadako 3D

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sadako 3dOrmai lo sanno pure i sassi; il 3D è stata l’ennesima manovra di marketing “violento” per imporre un monopolio/gap tecnologico e frenare la crisi (di idee principalmente) del nuovo cinema statunitense. Inspiegabile altrimenti lo spacciare per nuova una tecnologia mediamente obsoleta, aggiornata e riproposta anche in formato casalingo. Ed è sotto gli occhi di tutti la gratuità e soprattutto inutilità emotiva della maggioranza dei titoli che vengono prodotti o riconvertiti al fine di sfruttarne le possibilità “espressive”(?). Ma quale film, se non proprio Ring, avrebbe avuto senso se pregiato di questa occasione? Chi non avrebbe voluto vedere uscire “davvero” Sadako da uno schermo di un cinema o di una TV? Una sorta di metafilmica della paura assolutamente refrigerante. Ed ecco così arrivare, dopo una geniale campagna di marketing virale (mai definizione fu più azzeccata) Sadako 3D che è un Ring 3 come un Ring 4 (contando il Ring 0) e che, a prescindere dal valore prettamente filmico, è un’operazione assolutamente interessante.
A garantire quel minimo di dignità artistica è la consapevolezza che anche questo film è tratto da un romanzo del papà letterario dell’opera, ovvero S di Koji Suzuki.
E il cambio del titolo da Ring a Sadako segna un ideale passaggio dal simbolo all’icona (pop). Il transfert è simile a quello dei grandi miti horror americani che da una partenza schematicamente horror passano poi a divenire dei leader carismatici della paura virata in visione comica grottesca. Se non si aderisce pedissequamente a questa filosofia in questo caso, i produttori, sempre maniacalmente rispettosi dello spettatore in Giappone, devono essersi posti legittime domande sul come dare un seguito dignitoso alla saga horror più fondamentale degli ultimi quindici anni, su come ovviare ad un carico di responsabilità artistiche elevato. Due erano le possibilità, o seguire le orme del predecessore o non seguirle. Ma continuare a parlare di VHS ad una nuova generazione che probabilmente nemmeno le ha mai vissute era ardito. Quindi, dimenticato quasi tutto il background, l’opera slitta nella contemporaneità. Via gli effetti sonori industriali, la pacatezza, la fotografia luttuosa e sgranata, ovvero tutte le marche semantiche del new j-horror. La scelta è radicale. Sadako sarà il contrario di Ring, d’altronde il regista è l’autore della commedia di successo ultrapop The Handsome Suit. Ecco quindi che la storia si snoda frenetica in una Tokyo al neon, tra architetture e ambienti high-tech, luci colorate, fotografia patinata digitale e luminosa, quasi televisiva, tanti effetti in computer grafica e un’aura “plasticosa” quasi da tokusatsu. Sadako esplode letteralmente in molteplici forme strisciando tra cellulari e computer, tra portatili e schermi giganti posti sui grattacieli della metropoli. Resta la coerenza interna di regalare una Sadako bella e sensuale ma a quest’ultima, onde affiancarsi/affrancarsi alla versione “for dummies” statunitense che mostrava una Samara inspiegabilmente mostruosa, viene accostato uno stuolo di creature gemelle deformi, sorta di fusione ideale tra l’Hiruko the Goblin di Tsukamoto e la donna aracnidea di Wicked City. Solo volti giovani e belli (la metà arriva dai Kamen Rider), tanta azione anche mediamente inutile e sciocca, tante debolezze e un paio di scene decisamente efficaci. Il nuovo Ring non è un ottimo film né uno oggettivamente degno dei predecessori. Ma è un concept vincente e coerente, un’opera dignitosissima all’interno della franchise. La pecca è che da saga pioniere, questa nuova opera si va a situare (visti i contenuti) nella schiera dei film clone derivanti, visto che l’utilizzo dei nuovi mezzi di comunicazione come portatori (in)sani di paura era già stata abbondantemente sondata dai tanti titoli seguiti al successo del pioniere.

Un artistucolo del web viene sbeffeggiato dagli utenti e per vendicarsi decide di resuscitare Sadako. Per farlo getta uno stuolo di giovani fanciulle vive nel “noto” pozzo. Invano, nessuno dei corpi è adatto per la reincarnazione della yurei. Quelle muteranno solo in creature mostruose possedute dal rancore della fanciulla. Per creare di nuovo un virus virale si fa “suicidare” da Sadako in una diretta web, atto che porterà la fanciulla e sterminare la popolazione tramite ogni schermo presente sulla piazza. Trova infine il suo corpo ideale in una docente che in passato aveva mostrato gli stessi poteri psichici della giovane “S”.

“La perfetta resurrezione di “S””, il motto sinistro che grava su un film che mostra interessanti riflessioni sul marketing virale (come nel tokusatsu di quest’anno Hikonin Sentai Akibaranger d’altronde), sulla comunicazione moderna, sulla fusione quasi cronenberghiana con la tecnologia del nuovo Giappone e non solo. In questo assolutamente interessante. Peccato che come sequel in sé ci troviamo di fronte ad un’opera non all’altezza delle ambizioni e del mito.

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