Sadako vs Kayako

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Un evento abbastanza unico.
Il primo aprile 2015 i social network sono invasi da un buffissimo pesce di aprile. Dichiarano infatti l’arrivo di un film crossover che metta nella stessa “pellicola” Sadako, il fantasma rancoroso della saga di Ring (quello originale, giapponese) e Kayako, quello invece di Ju-On/The Grudge (quello originale, giapponese).
Gli utenti si divertono, ci credono, poi si rendono conto del giorno dell’annuncio e scoprono il pesce d’aprile. L’atto delirante è che alcuni mesi dopo, l’annuncio è confermato. Il film è stato davvero messo in produzione. E a giugno 2016 esce nelle sale giapponesi, anticipato da un battage pubblicitario insistente e buffissimo, con tanto di Sadako e Kayako che presenziano agli eventi sportivi nazionali. Il mondo dell’horror è stato spesso affollato di crossover improbabili ma va ammesso che ipotizzare le due reginette della new wave horror dei ’90 coabitare in un unico film era un’idea particolarmente stuzzicante. Rischiosissima, forse più interessante sulla carta che nella realtà, ma allettante. Come risolvere il duello e due saghe non proprio vicine, specie dopo la caduta qualitativa di The Grudge (quello originale, giapponese) e il nuovo dittico di Ring (quello originale, giapponese)?
La soluzione è nel dare carta bianca al regista, una figura che potesse prendersi la responsabilità di sceneggiatura e regia, esterno alla saga ma con una personalità riconoscibile. La scelta cade su quel pazzoide di Kōji Shiraishi, regista minore, laterale al genere, dotato di un’idea leggermente ludica e pop dell’horror. Sua la firma dietro l’irresistibile e folle Cult, Carved, nel torture porn Grotesque e in Ju-Rei: The Uncanny.
Il registe persegue una strada precisa; dimentica in toto il dittico del nuovo Ring (quello originale, giapponese), riporta quindi toni fotografici e visivi al giallo desaturato e ai neri pieni propri degli esordi della saga (quella originale, giapponese). Ma al contempo ci addiziona un robusto tono grottesco, ai limiti dell’ironico, totalmente inediti nelle due franchise (quelle originali, giapponesi). In pratica, la butta in caciara, con due storie che camminano parallele per poi fondersi letteralmente sul finale.
Una ragazza compra un vecchio videoregistratore in un negozietto vintage per fare una transcodifica da analogico a digitale del video matrimoniale dei genitori di un’amica. Dentro il lettore trova una vecchia VHS. Ed è facilmente immaginabile quello che accade.
Dall’altra parte della città si trasferisce una famiglia felice la cui figlia è subito intimidita dalla casa vicina abbandonata e inquietante.
Anche in questo caso siamo nelle basi narrative classiche della saga. Le due ragazze contaminate dal virus di Sadako vanno da un docente appassionato di leggende metropolitane per cercare una soluzione. Vengono messe quindi in contatto con una esorcista. Ma quando anche questa viene abbattuta dalla ragazza fantasma, toccherà ad un altro giovane dai rilevanti poteri negromantici prendersi carico della maledizione. La sua idea “geniale” è quella di buttare le ragazze nella casa maledetta di Kayako e far azzuffare le due fantasmesse tra di loro nella contesa della vittima sperando in un loro autoannullamento.
Se l’effetto paura è evocato come un tempo, giocando con le partiture architettoniche, con il buio, con le increspature della VHS, è anche vero che più volte il regista la butta nel delirio e nell’epica scanzonata.
Tutto quello che era alla base degli horror giapponesi dei ’90 appare come parte di una lezione universitaria sulle leggende metropolitane durante la quale le due protagoniste si addormentano; si parla della donna dalla bocca squarciata (protagonista di un film dello stesso regista, Carved), di Hanako-san ovvero la ragazzina fantasma che abita nelle toilette, del bambino che vive sotto il letto, della casa infestata di Kayako e della VHS di Sadako. E Kayako è mostrata in un pugno di minuti mentre ghermisce in un colpo solo 4 bambinetti in età scolare.
La pesantezza devastante di Kayako e la levità letale di Sadako.
C’è un che di politico dietro al finale del film. Al giorno d’oggi, come d’altronde nello stesso Anno ci ha mostrato anche il nuovo film di Godzilla (Shin Godzilla), le guerre vanno combattute con altre e nuove armi: la diplomazia, le iniziative popolari, la comprensione del nemico. L’escalation bellica porta solo al peggio. E combattere il male con altro male non necessariamente porta al suo annientamento. Nel peggiore dei casi, come avviene in molte guerre esportate nel mondo, può portare alla sua somma e fusione, generando un male esponenzialmente più letale.
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Si, esatto.

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