Sailor Suit and Machine Gun

Voto dell'autore: 4/5
Voto degli utenti InguardabileSufficienteConsigliatoOttimoImperdibile [5,00/5: 1 voti]

Sailor Suit and Machine Gun

涙じゃないのよ

 浮気な雨に ちょっぴりこの頬

濡らしただけさ1

Al di là di alcuni epifenomeni nel cinema giapponese successivi alle contemporanee rivoluzioni occidentali dello splatter e del cyberpunk, la decade degli ’80 rappresenta sempre un buco nero nella coscienza di molti appassionati. Difficile raccattare nomi di registi, pronunciare nomi di film e si ha come l’impressione si fosse fermata la produzione cinematografica. Vero è che la flessione dalla precedente annata ricca di stimoli e autori fosse un malessere comune a molte cinematografie. La nostra si ammalò mortalmente per scivolare con pochi guizzi nel muto coma in cui vegeta attualmente e più generalmente l’Europa smorzò i fasti della decade precedente, per cui, fatta eccezione della iperproduttività e robustezza americana dei tempi, sembrerebbe davvero tutto fatalmente destinato ad un temibile cassonetto dell’indifferenziata del nostro immaginario, da cui sarebbe ben difficile riciclare qualcosa.

Eppure non è propriamente così. Certo l’esplosione di ricchezza produsse tanta paccottiglia irredimibile, ma a ben scavare si trovano delle gemme: Piccoli nuclei di resistenza a quella superficialità imperante, che arrivavano persino a farne da principio motore per poter produrre qualcosa di rilevante. In quel Giappone che correva a folle velocità espansionistica verso la bolla economica che avrebbe distrutto i suoi sogni di grandezza, l’intrattenimento diventava ragione di vita di una considerevole porzione dell’industria. Si osservavano contemporaneamente l’esplosione commerciale di shonen e shoujo manga, la nascita del mercato dei videogame, la nascita del fenomeno socioculturale degli otaku e soprattutto la consacrazione delle idol capaci giovanissime di far presa sul pubblico e raggiungere vette di fama mai raggiunte da altre celebrità. C’era poi qualcuno attento e vigile e pronto a narrare con la pellicola questi mutamenti come Somai Shinji, che ad appena 32 anni, tira fuori nel 1980 un adattamento di manga (Tonda Couple) che vede protagonista Yakushimaru Hiroko ovvero l’idol del momento.

Come fosse l’inizio di un nuova era per la cultura popolare giapponese nel cinema e a dimostrarlo ancor più fu il successivo film che riuniva ancora regista e attrice: Sailor Suit and Machine Gun. All’esplosione del fenomeno di culto di queste ragazzine corrisponde però una destabilizzazione, che ne mette in discussione il ruolo piuttosto che glorificarle a vuoto simbolo della società circostante. Tracimando dalla decade precedente, la figura delle ragazzine terribili aveva già fatto la loro irruzione nel cinema, ma da queste parti siamo ben lontani dalle ragazze da riformatorio viste in serie Toei come Delinquent Girl Boss o Terrifying Girls’ High School. In maniera endemica un simbolo della rigida educazione nipponica come la divisa scolastica entra a far parte dell’immaginario narrativo in maniera così sovraesposta. Nella seconda delle due serie citate, ad esempio, era sì presente, così come era stato lordato dalla vasta produzione erotica della Nikkatsu, ma non era stato messo a bella posta sotto i riflettori della cultura più squisitamente pop, utilizzando campioni di popolarità come le idol per vestirla. Già nel titolo, Sērāfuku to Kikanjū, marinaretta e mitragliatrice, l’accostamento ardito svela il sottile gioco irridente del racconto di Akagawa Jirou uscita appena tre anni prima. Gli stessi anni in cui l’editoria nipponica per adolescenti, che timidamente arrivava anche ad occidente per le prime volte in maniera disordinata e confusa, si espande e si diversifica. Solo un paio di anni prima era comparso il manga Sukeban Deka, diventato serie TV qualche anno dopo questo film, ma soprattutto appena un paio dopo un altro adattamento televisivo di Sailor Suit and Machine Gun, che vedeva protagonista un’altra famosissima idol come Harada Tomoyo. Impossibile poi non notare l’estrema similitudine tra i titoli di coda di questo film e quelli di Sukeban Deka: entrambi mostrano le due idol protagoniste muoversi in mezzo alla folla sulle note della sigla cantate da esse stesse. A valle poi una serie cospicua di produzioni tra cinema e televisione sulla stessa falsariga di queste, tra cui la più clamorosa è proprio Schoolgirl Commando Izumi con protagonista omonima a quella interpretata dalla Yakushimaru, ma che invece di imbracciare una mitragliatrice sceglie di utilizzare un bazooka. La stessa decade vede persino ripescato il bel racconto Tsutsui Yasutaka tanto caro a molti in Giappone: La Ragazza che Saltava nel Tempo. Conosciuto come The Little Girl Who Conquered Time fu interpretato proprio dalla Harada protagonista del dorama sopra citato e diretto da Obayashi Nobuhiko, ovvero l’altro grande regista simbolo degli anni ’80 insieme al qui presente Somai Shinji nella cui filmografia c’è ancora da scavare a fondo.

Mentre però l’appassionato sa che vergognosamente c’è quasi una filmografia di Obayashi da pescare dall’oblio e portare ad occidente, compreso The Aimed School che vede proprio la Yakushimaru protagonista di un racconto fantascientifico di ambientazione scolastica che si muove sullo stesso piano di The Little Girl Who Conquered Time, lo stesso non è scontato per un regista del calibro di Somai. Forse la sua silenziosa dipartita per malattia in un periodo di poca comunicazione globale ne ha precluso i giusti onori. Meritevole l’iniziativa del festival di Edinburgo di dedicargli una retrospettiva integrale qualche anno fa, ma ancora oggi si fatica a reperire i suoi film. E questo è davvero un crimine, ben peggiore di quello drammatizzato e raccontato in questa sua opera. Un destino beffardo come quello della giovane protagonista Izumi che si scopre ultima erede in linea del clan Medaka. Spetterebbe a lei prendersi la responsabilità della guida. «Non conta il sesso, non conta l’età» lo strano modo per annullare la disparità tra i sessi. Passare per una gang Yakuza per farlo è talmente irreale quanto nipponico, così come dipingere la ventata di allegria che porta la ragazzina nelle loro file. Poi però Mayumi, la misteriosa donna che Izumi trova a casa dopo la morte del padre, si rivela la figlia del boss rivale. Incominciano a cadere come mosche i membri dello sparuto clan, Izumi rischia di essere tumulata nel cemento e viene anche legata ad un futuristico crocifisso prima che imbracci il mitragliatore di cui recita il titolo per il riscatto finale. Toni da commedia nera ben mescolati con quelli di altissimo melodramma, regia sontuosa, ottime interpretazioni, la creazione di un’intera iconografia per i posteri. E poi scene di una delicatezza sublime come quella in cui Mayumi, interpretata dalla stellina dei Roman Porno Kazamatsuri Yuki e la protagonista canticchiano un vecchio successo Enka di Eto Kunie: Casbah no Onna, che tristemente spiega come «le donne in un motel son senza cuore». Non dovrebbe affatto servire altro per entrare nella storia.
Note:

[1] Traduzione: “Non sono lacrime. Le mie guance sono solo bagnate un po’ da questa pioggia leggera”. Tratto da Casbah no Onna di Eto Kunie.

Materiale promozionale.

CONDIVIDI: